
Porto di Badolato. L'ex presidente della Salteg Menniti commenta la decisione della
Cassazione
«GLI ASPETTI PIÙ AMARI DELL'INCHIESTA»
Dito puntato contro le "numerose speculazioni illecite"
LA VICENDA del porto di Badolato, denominato "Bocche di Gallipari", tiene banco
ormai da questa estate, da quando i riflettori della procura catanzarese sono stati
prepotentemente puntati sulla struttura della costa ionica.
Fin dalle prime battute, l'ex presidente della Salteg, società concessionaria del porto,
Giampiero Menniti - tirato direttamente in ballo dentro all'inchiesta - ha portato avanti
la sua personale battaglia per la legalità.
Oggi alla luce della recentissima sentenza della Cassazione, sul sequestro della
struttura, vuole dire la sua.
«Si tratta di un ulteriore riconoscimento dell'ineccepibile e responsabile intervento
dell'autorità giudiziaria. La struttura di Badolato è inagibile: sia perché del tutto
difforme (altro che nove metri e variante tecnica), sia perché è stata realizzata con
totale e dolosa imperizia».
Una vicenda complessa: ma come è potuto accadere?
«Attraverso la capacità di piegare le regole ad interessi: un'iniziativa d'impresa
ridotta ad un meschino tentativo di speculazione costruito su condizionamenti. Ovviamente,
senza l'azione del magistrato e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza
la vicenda avrebbe subito tutt'altro esito».
Secondo lei che cosa è accaduto?
«I fatti in contestazione debbono essere riassunti sotto la voce "illecita
speculazione". Una prima speculazione attiene la gestione dei lavori di costruzione
dell'opera; una seconda speculazione riguarda il rapporto tra l'impresa appaltatrice e la
stessa direzioni lavori; una terza azione speculativa riguarda la gestione illegittima
della struttura per ormeggi non autorizzati; il tutto sempre in danno della Salteg e delle
imprese di minoranza; nell'insieme, per giustificare i vari obiettivi speculativi, sono
state innestate diverse procedure amministrative illegittime, seppellire i dubbi sotto una
valanga di autorizzazioni, collaudi, atti contabili».
Sembra, dunque, che il fine ultimo fosse l'opera ed il suo valore immobiliare: in
questo contesto, che valore ha il finanziamento regionale in questione?
«Di fronte al valore finale dell'opera, il finanziamento regionale ha l'importanza di un
bicchiere d'acqua in un pasto luculliano: l'attività degli amministratori attuali della
Salteg e del direttore dei lavori non mirava in via prioritaria al contributo pubblico
(pari ad un quindicesimo/ventesimo del valore finale dell'opera) ma ad ottenere le
autorizzazioni, in forma di sanatoria urbanistica ed ambientale, utili a rendere cedibile
sul mercato un'opera non solo difforme, ma anche malamente realizzata, non collaudabile,
inagibile, destinata al degrado anzitempo. In questa prospettiva, l'utilizzo di normative
non applicabili al caso (vedi art. 13 della l. 47/85) e la realizzazione di elaborati e
collaudi privi di fondamento tecnico erano atti essenziali al disegno illegittimo. Semmai,
il finanziamento regionale, sommato all'importo del mutuo contratto dalla Salteg ed ai
crediti di iva che la Salteg retta dagli attuali amministratori ha ritenuto di riscuotere
e si accingeva a riscuotere, determinano un monte finanziario utile alla ditta
appaltatrice per fornire copertura all'aumento dei costi di costruzione che, come detto,
ha superato, senza alcuna giustificazione, il 100% di quello preventivato: una
giustificazione tentata con le perizie di collaudo di cui sopra che avevano questo
specifico scopo».
In ogni caso, del ruolo assunto dagli enti pubblici non può anticiparci nulla?
«Il riserbo è d'obbligo, per non turbare il lavoro investigativo. Posso solo dirle che
si tratta di un aspetto molto amaro dell'intera vicenda. L'altra faccia dello Stato,
questa volta uno Stato con la "s" minuscola, abbarbicato nella crisi etica di
una classe dirigente balbettante ed ormai priva di spina dorsale e di dignità. Per
fortuna, esistono ancora figure degne di rispetto e stima: su questa scorta, sarebbe
ingiusto generalizzare! Del resto, vi sono alcuni ben identificabili soggetti che hanno
assunto un ruolo preciso nel contesto dell'azione illegittima: a questi bisogna riferirsi
isolandoli dal contesto di protezione nel quale si riparano. Il senso profondo di
quest'indagine risiede proprio in questo aspetto: non si tratta solamente di una volgare
truffa, ma di una fotografia tragica della decadenza del sistema pubblico in una terra che
ha un bisogno enorme di regole e di chi le faccia rispettare».
g.v., Il Quotidiano, 21 marzo 2005 |