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Viva la nostra Calabria
Oggetto: congratualzioni
Inviato: Sun, 11 Dec 2005 12:33:31 +0100
Egr. Gilbotulino, sono un calabrese come Te, purtroppo da molti
anni emigrato al nord. Ho scoperto x caso il sito, dato che una
carissima amica di famiglia è di Badolato - il paese + bello
della Calabria dice la mia amica.
Ti seguo spesso, dato che mi sono iscritto alla mailing list, e
riferisco sempre a questa amica di famiglia gli avvenimenti del
suo paese + bello ( secondo lei) della Calabria. Ma devo dirti
che il Mio paese, sperduto sui monti vicino alla Sila (Sellia
Superiore) è + bello del paese della mia amica.
Comunque, congratulazioni, e viva la NOSTRA Calabria.
Francesco
P.S. La Calabrisella (canzone) mettila tutta
intera nel web, così la posso scaricare e cantarla
(gilbotulino.it 11-12-2005) |
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Il Gatto a furia di fingersi cieco s'era
accecato davvero
Non
avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione
della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di
chiedere l'elemosina.
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli
d'una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco,
aveva finito coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiata,
intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la
coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più
squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere
perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la
comprò per farsene uno scacciamosche.
- O Pinocchio, - gridò la Volpe con voce di piagnisteo, - fai un
po' di carità a questi due poveri infermi.
- Infermi! - ripetè il Gatto.
- Addio, mascherine! - rispose il burattino. - Mi avete
ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più.
- Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati
davvero!
- Davvero! - ripetè il Gatto.
- Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che
dice: "I quattrini rubati non fanno mai frutto". Addio,
mascherine!
- Abbi compassione di noi!...
- Di noi!...
- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "La
farina del diavolo va tutta in crusca".
- Non ci abbandonare!...
- ...are! - ripetè il Gatto.
- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "Chi
ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza
camicia".
E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente
per la loro strada: finché, fatti altri cento passi, videro in
fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta
di paglia, e col tetto coperto d'embrici e di mattoni.
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio / Storia
di un burattino, II Edizione, Rizzoli Editore. Milano, 1949
(gilbotulino.it 11-12-2005) |
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Gli esperti: tarantella e dialetto fanno sì
che siano ascoltati anche «senza impegno»
La globalizzazione delle cattive idee di F. Viscone
«Canti popolari in cui l'infame è lo sbirro»
«I
canti di malavita sono molto diffusi in Calabria», afferma la
ricercatrice-giornalista Francesca Viscone che collabora con la
sociologa dell'Unical, Renate Siebert. «E sono liberamente
commercializzati come economiche cassette da bancarella,
ultimamente anche come cd, sempre in versione economica. La
maggior parte viene diffusa attraverso canali legali, nelle
bancarelle dei mercati, come dimostra la presenza del bollino
Siae. Raccontano la storia leggendaria, i riti e i valori
dell'Onorata Società, ma anche la vita di "uomini d'onore" -
eroi coraggiosi che non hanno paura della Legge - perseguitati
dagli sbirri, dagli infami. Ci sono canti di carcerati, canti di
donne che piangono i mariti uccisi e i figli orfani, ma anche
tarantelle particolarmente brillanti e allegre. Vi si celebra
l'onore, il battesimo di un nuovo affiliato o del locale dove si
svolgono le riunioni della 'ndrina, l'omertà, l'eroismo di chi,
a costo di finire in carcere da innocente, non parla, non
tradisce. E, soprattutto, molti canti sono pieni di minacce,
ingiurie, offese, avvertimenti contro gli "infami", i pentiti e
i collaboratori di giustizia».
Francesca Viscone ha analizzato nel saggio La globalizzazione
delle cattive idee. Mafia, musica, mass media (in uscita a
novembre per la Rubbettino editore) un particolare fenomemo
verificatosi qualche anno fa in Germania, dove l'uscita di due
cd de Il canto di malavita ha suscitato l'attenzione dei mass
media di tutto il mondo. Viscone sostiene che, generalmente,
«nei canti di 'ndrangheta tutto si trasforma paradossalmente nel
contrario di tutto. I criminali sono presentati come vittime o
come eroi; gli uomini di legge come criminali; pentiti e
collaboratori di giustizia sono spie, carogne o infami. Il mondo
si divide in un "dentro" e un "fuori". Chi è dentro
l'organizzazione e ne fa parte è "uomo". Chi sta fuori non è
nulla, non conta niente, la sua vita non vale niente. I canti
non sono insignificanti, tutt'altro. Essi sono lo specchio di un
modo di vivere e di interpretare la realtà, sono espressione di
una vera e propria subcultura mafiosa. Tuttavia non bisogna
credere che tutti coloro che li ascoltano siano mafiosi, poiché
il fatto stesso che le musiche siano chiaramente legate a canoni
popolari come le tarantelle, e che le parole siano in un
dialetto spesso percepito come paradossale e grottesco, può
spingere ad ascoltarli e cantarli senza riflettere molto, come
se fossero una specie di gioco trasgressivo e provocatorio».
Ma questi canti che sentimenti esprimono? «Spesso sentimenti
negativi: malinconia, lutto, odio, disprezzo, desiderio di
vendetta. A volte con drammaticità, a volte con esagerata
retorica. I più diffusi sono i canti di carcerato. Molto forte è
la rappresentazione drammatica delle "persecuzioni" subite
dall'uomo d'onore, da parte degli sbirri o degli infami. Il suo
è un dolore vissuto come ingiustizia, come tradimento e lutto.
In questo caso i toni possono diventare tristemente lamentosi,
con forti accenti di commiserazione o autocommiserazione. La
pietà è tuttavia a senso unico, orribilmente egocentrica. Il
malavitoso si autocommisera e piange solo su se stesso. Nei
canti non c'è mai una parola di pietà o di comprensione per le
vittime o i figli delle vittime non mafiose. La vita di un uomo
d'onore viene rappresentata in modo molto stereotipato. È un
eroe, ma un eroe non libero di vivere come vuole: egli
appartiene all'Onorata. La concatenazione "naturale" degli
eventi della sua vita comprende sempre l'obbligo di dimostrare
il proprio coraggio attraverso il crimine. Quasi sempre il suo
"curriculum" comprende il battesimo, il crimine, l'omertà, il
tradimento, il carcere, la vendetta, la morte. Come se questa
fosse la sequenza abituale dell'esistenza umana».
Paola Surace, Avvenire online
(gilbotulino.it 11-12-2005) |