Gil Botulino |
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The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: http://www.gilbotulino.it/ |
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martedì 7 Febbraio 2006 |
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Badolato: Un impianto bizantino con numerose chiese e
vicoli A 30 km da Catanzaro, sulla
costa jonica calabrese, adagiato su una collina a 240 metri dal
livello del mare, sorge Badolato, il suggestivo borgo medievale
caratterizzato da un impianto bizantino con numerose chiese
disposte a forma di croce latina, e con molti vicoli
caratteristici. Il Quotidiano, lunedì 6 febbraio
2006 |
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Le cose che non riesco a capire
Domenico Bressi, La radice anno
XI, n. 4, 31 dicembre 2006 |
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Concluse le due tranche dell'inchiesta della
Finanza e della Procura di Catanzaro sulla darsena "Bocche di
Gallipari" Porto di Badolato. Il cerchio si chiude su 11 indagati Contestate ipotesi che vanno dalla truffa allo Stato, all'estorsione mafiosa, a reati edilizi e ambientali
Olga Iembo, Il Domani, martedì 7 febbraio
2006 |
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Il piccolo borgo medioevale dello Jonio
candidato al World Habitat Award Badolato gioiello dell'Onu Il paese tra i migliori esempi di "architettura sociale" al mondo
Da paese fantasma a gioiello dell'Onu. Sulla
costa jonica della Calabria, arroccato su una collina dalla
quale si ammira da un lato il mare e dall'altro la montagna, si
erge il borgo medievale di Badolato, in provincia di Catanzaro.
Il Quotidiano, lunedì 6 febbraio
2006 |
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I compagni badolatesi ritornino ai partiti
politici
Alcune riflessioni sulla situazione amministrativa locale di
Badolato sono emerse nel corso dell'incontro-dibattito
organizzato, nei giorni scorsi, dai partiti dell'Unione e dai
movimenti politici badolatesi. Sara Dominijanni, Il Domani, martedì 7 febbraio
2006 |
Globalizzazione della 'ndrangheta: c'è chi
lucra, c'è chi fa connivenza di Lara EspositoIn un'accurata pubblicazione emerge come troppe volte certa "cultura" contribuisca, scientemente o meno, alla diffusione delle idee mafiose. Ne tratta Francesca Viscone, con saggi di Renate Siebert e Vito Teti Dopo l'ambiguo omicidio del vicepresidente della Regione Calabria, Francesco Fortugno, avvenuto a Locri durante lo svolgimento delle elezioni primarie dell'Unione, si è tornato a parlare, con una certa preoccupazione, di 'ndrangheta. Un'organizzazione spesso sottovalutata negli anni passati, considerata una "mafia di secondo piano", arcaica, primitiva, inferiore alle consorelle campane, pugliesi e siciliane. È, invece, assai più pericolosa in quanto – essendo un'organizzazione a carattere prevalentemente familiare – è molto meno permeabile a quei fenomeni di dissociazioni e di "pentimenti" che hanno invece positivamente caratterizzato le analoghe esperienze delle altre sventurate regioni del Meridione italiano. Ed anche assai più perniciosa a causa della generale scarsità della presenza, in tale regione, delle strutture dello stato che spesso, è, purtroppo, realmente e dolosamente latitante. Già da molto tempo gli specialisti del settore – criminologi, sociologici, storici –avevano lanciato l'allarme sottolineando come essa in realtà fosse diventata potentissima anche a livello internazionale: l'unica addirittura capace di trattare con i cartelli colombiani il traffico di stupefacenti. Ma molte colpe – più o meno coscienti – sono anche quelle dell'intellettualità (o presunta tale) locale che, con azioni varie, rende "normale" la presenza mafiosa. La pericolosa esaltazione di alcuni (dis)valori Qualche esempio dell'oggettiva connivenza, cui accennavo poc'anzi, avviene nei casi di alcune forme di enfatizzazione delle gesta dei briganti (che, al di là dei diversissimi contesti storici sono i personaggi ai quali le giovani leve 'ndranghetiste si ispirano). Ma anche dell'iperconvegnistica su alcune tradizioni popolari che, volenti o nolenti, mettono in luce positiva, anche comportamenti spesso retrivi e frequentemente violenti che, se da una parte non è ovviamente possibile non analizzare, dall'altra andrebbero affrontati e discussi con una maggiore cautela e preparazione. Un recente testo di Francesca Viscone, giornalista, insegnante e
scrittrice attenta e sensibile che già altre volte si era
misurata su varie tematiche inerenti al difficile rapporto fra
tradizione e modernità, indaga su un altro particolare degli
aspetti citati: quello della musica e del suo rapporto con la
mentalità mafiosa e l'immaginario collettivo. Il libro, La
globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media
(Presentazione di Vito Teti e Postfazione di Renate Siebert,
Rubbettino, pp. 254, € 14.00), uscito per la collana Altera,
tratta l'argomento con connotazioni tanto originali quanto
interessanti. L'intento è quello di focalizzare le motivazioni e
le responsabilità, non risparmiando anche forme di
pressappochismo giornalistico, di un fenomeno abbastanza
preoccupante: la relegazione della Calabria, e del Meridione in
generale, nell'immaginario collettivo, a uno stereotipo di
cultura mafiosa. Uno dei problemi più interessanti che l'autrice pone riguarda il rapporto tra la mentalità, gli pseudovalori e i riti arcaici che hanno caratterizzato l'organizzazione malavitosa fin dal loro nascere e la nuova e moderna forma mentis che ha portato la 'ndrangheta a competere a livello mondiale con tutte le altre mafie. Viscone analizza un segmento particolare, traendo spunto dall'uscita in Germania di tre Cd. Si tratta di raccolte antologiche altamente significative, i cui canti raccontano i riti (il battesimo, la benedizione del locale, la riunione dell'alta corte), gli pseudovalori (l'omertà, l'onore, la vendetta), il ruolo delle donne nella trasmissione dei sentimenti di vendetta ai figli: un quadro completo insomma dell'immaginario mafioso e del mito con cui la 'ndrangheta si presenta ad un pubblico che non sempre possiede gli strumenti culturali necessari per decodificare, in maniera storicamente corretta, i suoi messaggi simbolici. Un'organizzazione così potente e totalmente priva di scrupoli, che pianifica omicidi, traffica con le armi (in Calabria sono stati scoperti persino dei lanciamissili, per non parlare dei kalashnikov e di arsenali più convenzionali) viene rappresentata nelle canzoni come una società arcaica, idealizzata e mitizzata, fondata da nobili cavalieri con ascendenti divini. Tra realtà e fantasia tuttavia c'è un abisso, ma ciò non toglie che canti e musiche abbiano spesso accompagnato eventi di particolare importanza per l'evoluzione e la storia della 'ndrangheta. La musica contro gli «sbirragli» La Viscone racconta che il primo segnale di modernizzazione di questa organizzazione criminale ci fu, in realtà, già nel 1969, quando, il 26 ottobre, una soffiata permise di arrestare a Montalto il fior fiore delle 'ndrine, circa 130 'ndranghetisti riuniti in un summit sotto la presidenza di Giuseppe Zappia, boss di San Martino di Taurianova. Molti pensano che la riunione fosse stata organizzata per porre un freno all'ascesa della nuova generazione emergente che vedeva nei vecchi boss solo un intralcio ai propri guadagni, e allo sviluppo di nuove attività più redditizie: il traffico di armi e di stupefacenti. I fatti di Montalto furono "celebrati" con una ballata che raccontava come gli «sbirragli» avessero arrestato dei poveri innocenti, facendo piangere padri e madri e che così concludeva: «giudici presidenti ed avvocato / che della Corte siete i padroni / statevi attenti come condannate / innocenti in galera non mandate; / viene il giorno che siete giustiziati / di fronte al Signore rispondete: il Signore non ve lo scordate / come la spia infame che ci avete». Racconta Luigi Malafarina che «autore (Giuseppe Fazzolari), cantante (Rocco Severino) e stampatore (Gualtiero Guarino), incriminati per minaccia ed oltraggio al Corpo giudiziario, furono assolti il 5 novembre 1972 dal Tribunale di Messina». Non fu l'ultima volta che un evento straordinario per il crimine fu celebrato con un canto. Il 16 febbraio dell'anno scorso fu arrestato Gregorio Bellocco, uno dei trenta latitanti più pericolosi, in un bunker nel pieno centro di Rosarno. Da questo evento è nata una ballata, registrata artigianalmente su un Cd che è stato scoperto in seguito dai carabinieri. Una voce maschile canta in dialetto reggino: «Sedici febbraio giorno fatale. Ci fu la cattura di un uomo geniale, fu una giornata triste e maledetta, tutta la famiglia ha avuto un gran dolore, o sbirri maledetti "mi aviti focu, e ad uno ad uno i peni dell'inferno aiti a passari"». L'interesse di studiosi e giornalisti Il fenomeno della musica della 'ndrangheta era già noto agli studiosi. In modo particolare l'etnomusicologo Ettore Castagna vi aveva dedicato la sua tesi di laurea nel 1985 mentre il già citato Teti e Goffredo Plastino lo avevano persino documentato per la Rai. Altri invece, sia in passato che ancora oggi, lo hanno considerato un fatto marginale, per lo più banalizzato, osservato dall'alto in basso e senza nascondere un sorrisetto ironico: come se fosse solo il peggior folklore, riservato ad una casta di uomini primitivi, ignoranti e dai gusti musicali alquanto discutibili. Balli, canti, parole in codice semplicemente "urlate", sono vendute liberamente sulle bancarelle dei mercati, su cassette e Cd con tanto di bollino della Siae e numeri di telefono di cantanti, distributori, produttori. Un business all'aria aperta, chiaro e trasparente, dove nessuno nasconde niente, giusto perché si veda che da nascondere non ci sarebbe davvero alcunché. Certo è che qui la 'ndrangheta non si presenta con allegria, i toni sono tristi e lamentosi, tranne poche eccezioni. I criminali non vengono presentati come uomini felici, ma come vittime, carcerati innocenti e coraggiosi perché capaci di sopportare in silenzio per lunghi anni pene ingiuste, pur di non danneggiare "i fratelli" e la società. L'onore ha più importanza della vita, che senza l'omertà non vale niente, così come non ha "senso" l'esistenza di sbirri e infami. Dietro le tarantelle si cela un ricco immaginario con cui da almeno un secolo la 'ndrangheta si presenta al grande pubblico, a quello più vulnerabile perché meno colto, meno dotato degli strumenti necessari per comprendere. L'immaginario e il mito servono anche a fare adepti e a nascondere la realtà dietro la sua idealizzazione. Le canzoni, un tempo, venivano scritte proprio per questo scopo: portavano in giro gli insegnamenti dell'organizzazione, spiegavano cos'erano e come si acquisivano il prestigio e il rispetto (con il crimine), facevano intravedere la fine che avrebbero fatto gli infami e i traditori, le pene: l'omicidio, gli sfregi, le "zaccagnate". Scrive Enzo Ciconte: «I proverbi, i racconti, le canzoni, le poesie costituivano una sorta di <ì>corpus giuridico che dettava norme e regole di comportamento». In questi ultimi tempi il dibattito intorno alle canzoni della 'ndrangheta si è fatto serrato: Angela Napoli (deputato di Alleanza nazionale nonché vicepresidente della Commissione nazionale antimafia) ha presentato un'interrogazione parlamentare, proponendo che le cassette da bancarella venissero sequestrate. La Rai ha dedicato al tema ben due servizi: uno in Tv7, firmato da Paolo Di Giannantonio, e un secondo in Unomattina, firmato da Vito D'Aniello. In queste occasioni il magistrato Roberto Di Palma ha raccontato dell'arresto di Bellocco e di come questi avesse scritto una poesia su tale avvenimento. Di Giannantonio ha intervistato persino un certo Ciccio Aloi, un anziano signore appassionato di canzoni di malavita, che vive isolato su sperdute montagne, dove tuttavia è riuscito a creare un vero e proprio studio di registrazione. La storia dei canti di 'ndrangheta sembra più che mai legata all'attualità e diventa impossibile relegarla soltanto a quell'immaginario fantastico fatto di personaggi leggendari e improbabili eroi pronti a sopportare di tutto pur di combattere – per generosità e senso della giustizia – uno stato tiranno, ingiusto o assente. Il saggio della Viscone offre numerosi altri spunti di riflessione: sul rapporto controverso tra cultura popolare e cultura mafiosa, sul rapporto tra mafia e brigantaggio, sull'immagine che della Calabria e dei calabresi è stata diffusa da prestigiose testate come Le Monde, New York Times, Frankfurter Allgemaine Zeitung, di cui viene presentata un'interessante raccolta antologica. Si interroga sulla capacità dei mass media di informare senza pregiudizi, in maniera corretta e, soprattutto, non subdolamente interessata al consolidamento delle proprie posizioni culturali attraverso la diffusione di preconcetti e stereotipi tanto noti quanto falsi. L'identità e l'appartenenza L'antropologo Teti, dell'Unical, nella Presentazione pone l'accento sul tema dell'identità e dell'appartenenza: «Parlare di Calabria significa sempre dichiarare preliminarmente non tanto quello che la regione è, quanto piuttosto quello che essa non è, non tanto chi sono i calabresi quanto chiarire che non tutti sono quello che di solito si dice o si vuole che siano». Teti mette in evidenza come il fenomeno analizzato, la diffusione in tutto il mondo dei Cd di canti di malavita, abbia generato un vero e proprio fenomeno di globalizzazione delle "cattive idee", un fenomeno che «non interessa soltanto la Calabria e le sue immagini, ma tutte le culture locali, un tempo negate, che oggi vengono piegate, con l'aria di promuoverle, a logiche commerciali». La sociologa Siebert, anche lei docente dell'Unical, pone l'accento, nell'appassionata Postfazione, sui tanti tentativi fatti dalle giovani generazioni per cambiare positivamente, dando luogo a «indubbi sviluppi positivi dei processi civili», e ricorda in particolare l'esempio del Parco nazionale dell'Aspromonte, raccontato nelle canzoni e negli articoli come terra di latitanti. Qui i trentasette sindaci dei comuni che ne fanno parte, insieme a Tonino Perna, allora presidente del Parco, e ad altri esponenti politici locali nel 2001 hanno firmato la Carta della civiltà dell'Aspromonte: un comune impegno a difendere "l'onore dell'Aspromonte" contro le tante campagne stampa che hanno sempre cercato di criminalizzare queste montagne, e a valorizzarne tutti gli aspetti culturali e naturali. Sull'argomento sono già intervenuti diversi organi di stampa locali e nazionali. Fra questi ultimi, l'Avvenire e Il Foglio. Diverse, ma sostanzialmente convergenti, le analisi contenute negli articoli, rispettivamente, di Paola Suraci e di Bruno Giurato. Il giornale della Conferenza episcopale italiana ha collegato il fenomeno della musica della 'ndrangheta alla cattura del super latitante Bellocco in seguito alla quale sono state trovate dalle forze dell'ordine numerose cassette che raccontavano la cattura di questo "uomo geniale". Secondo, invece, il quotidiano di Giuliano Ferrara questi Cd di "canti di 'ndrangheta" non rispecchiano né la bellezza né la complessità della musica tradizionale calabrese: di quest'ultima «c'è una traccia vaga, sia dal punto di vista delle musiche che da quello dei testi». L'articolo propone infine una domanda: «Sarà un caso o un segno di fatale approssimazione che sulla copertina dell'ultimo Cd de Il canto di malavita spunti una chitarra acustica western, strumento sconosciuto in Calabria, ove dominano chitarre battenti, zampogne, organetti e tamburelli?». Lara Esposito, www.scriptamanent.net, anno IV, n. 28, febbraio 2006 per altre recensioni (tra cui quelle citate qui) vedi Gilbotulino News del 10 gennaio 2005 |
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Buone notizie per i centoquaranta operai della
"Schillacium": Riceveranno una mensilità Moraca: al massimo liquideremo entro tre giorni
Cesare Barone, Gazzetta dl Sud, martedì 7 febbraio
2006 |
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