Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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martedì 7 Febbraio 2006

Badolato: Un impianto bizantino con numerose chiese e vicoli

A 30 km da Catanzaro, sulla costa jonica calabrese, adagiato su una collina a 240 metri dal livello del mare, sorge Badolato, il suggestivo borgo medievale caratterizzato da un impianto bizantino con numerose chiese disposte a forma di croce latina, e con molti vicoli caratteristici.
    Situato in una posizione strategica del territorio Calabrese, offre al visitatore la possibilità di spaziare, con pochi minuti di automobile, in tutte le dimensioni della magnifica natura che lo circonda: mare, collina, montagna e lago.
    Grazie anche all'ospitalità che da sempre contraddistingue la gente di Badolato, questo meraviglioso angolo della Calabria è una culla per tutti coloro che vogliono godere di un clima salubre, dell'antica cultura, del folclore e della bellezza della natura.

Il Quotidiano, lunedì 6 febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 
Le cose che non riesco a capire

    È il titolo di una rubrichetta che avevo proposto al Prof. Vincenzo Squillacioti, direttore della rivista "La Radice", per evidenziare alcune cose incomprensibili che si possono osservare in diversi punti del nostro paese. L'amico Vincenzo mi fece giustamente notare che "La Radice" si propone come fattore positivo e di legame e pertanto una denuncia o una critica potrebbe essere interpretata come elemento disgregante. Anche lui aveva a suo tempo pensato ad una rubrica del genere, ma poi aveva accantonato l'idea. Tuttavia, evidenziare situazioni ed azioni incomprensibili, miranti alla distruzione o al danneggiamento di beni comuni, andava inteso come espressione di amore per il proprio paese. Da qui l'invito a scrivere questa breve nota.
    Come tutti gli emigrati, anche io di tanto in tanto ho la possibilità di trascorrere un po' del mio tempo fra la nostra gente, anche se per i più sono uno sconosciuto.
    Durante le mie lente passeggiate mi spingo sempre fino al mare, sia per sentirne la musica ed il profumo, sia perché dal "Lungomare" la vista spazia su fino al crinale delle nostre montagne, dove a mezza costa è incastonato il "vecchio borgo".
    Già, il Lungomare. E qui ho riscontrato le prime cose che "non riesco a capire": panchine rotte, rami di alberi ed arbusti spezzati, globi dei fanali dell'illuminazione infranti conferiscono al bel manufatto un aspetto di desolazione e degrado.
    Tempo fa lessi di alcuni atti vandalici classificati come "ragazzate". Io non sono psicologo ma mi è venuto di pensare che ogni tanto bisognerebbe ricordare che nel nostro vocabolario esiste anche la parola "STUPIDITÀ".
    Potrebbe valere da motivo consolatorio sapere che, nell'epoca nella quale fiorirono i nostri più illustri geni, il grande Leonardo da Vinci annotava: "ESSERE TALUNI HOMINI CONSUMATORI DI CIBO ET FACITORI DI STERCO".

Domenico Bressi, La radice anno XI, n. 4, 31 dicembre 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 
Concluse le due tranche dell'inchiesta della Finanza e della Procura di Catanzaro sulla darsena "Bocche di Gallipari"
Porto di Badolato. Il cerchio si chiude su 11 indagati
Contestate ipotesi che vanno dalla truffa allo Stato, all'estorsione mafiosa, a reati edilizi e ambientali

Taglia il primo traguardo l'inchiesta della Procura di Catanzaro relativa alla realizzazione e all'attivazione del Porto di Badolato "Bocche di Gallipari".
    Due tranche di indagine confluite nell'unico voluminoso carteggio in cui compaiono i nomi di 11 persone, ora destinatarie di un provvedimento di conclusione delle indagini in cui il sostituto Luigi De Magistris, che ha coordinato le investigazioni del Nucleo provinciale di polizia tributaria della Guardia di finanza, ipotizza a vario titolo reati che vanno dal falso e truffa aggravata ai danni allo Stato, all'estorsione "mafiosa", a reati in materia edilizia, violazione del codice navale, occupazione di demanio marittimo e di terreno pubblico e reati ambientali.
    A questo punto la parola passa proprio agli indagati: Gianfranco Pietro Gregorace (59enne di Santa Caterina sullo Jonio), direttore dei lavori per la costruzione della darsena; Mario Grossi (54enne di San Felice sul Panaro), presidente della Salteg srl che deve eseguire l'opera; Carlo Strabellini (70enne di San Felice sul Panaro), presidente del consiglio di amministrazione e legale rappresentante della stessa società; Giorgio Toschi (57enne di Ferrara) e Alessandro De Medici (65enne di Martirano Lombardo, Cz), ingegneri collaudatori del porto; Gerardo Mannello e Andrea Menniti (entrambi 57enni di Badolato), succedutisi alla carica di sindaco del Comune di Badolato, il primo all'epoca dell'inizio delle indagini (incaricato oltre tutto di organizzare la guardiania) e il secondo, attualmente in carica, sospettato anche nella sua qualità di titolare del camping "Bocche di Gallipari" (abusivo secondo gli inquirenti); Vincenzo Gallelli, alias "Macineddu" (63enne di Badolato) ritenuto appartenente al clan Gallace-Novella di Guardavalle, di cui sarebbe il "braccio operativo" a Badolato; Andrea Santillo (46enne di Badolato) e Angelo Domenico Paparo (36enne di Catanzaro), titolari formali o di fatto, insieme a Gallelli, delle società titolari di sub-appalti per la costruzione del porto; Giampiero Menniti (presidente pro tempore della Salteg srl).
    Per loro e per i vari difensori (fra cui Nunzio Raimondi, Nicola Cantafora, Salvatore Staiano, Titti Nunnari, Armodio Migali, Francesco Gambardella, Fabrizio e Nunzio Sigillò), si apre un periodo di tempo tutto dedicato all'espletamento di ogni atttività difensiva ritenuta utile a dimostrare la possibile infondatezza delle ipotesi d'accusa che, in seguito, dovranno essere sottoposte al vaglio del giudice dell'udienza preliminare.
   varie le contestazioni di abusi edilizi e invasione di spazi pubblici (anche per ciò che riguarda il camping adiacente al porto, rispetto a cui è stata un'area di circa 10mila mq) ma, soprattutto, da questo filone emersero le presunte intimidazioni e i giochi di forza per ottenere il controllo totale sulla sulla realizzazione del porto, gestendo a piacimento le forniture di materiali necessari alle opere (che sarebbero stati peraltro inadeguati9, imponendo prezzi e soggetti per la guardiania, ottenendo con la forza il rilascio di concessioni e autorizzazioni (gli indagati per estorsione sono Gregorace, Mannello, Gallelli, Santillo, Paparo, Andrea Menniti) e cercando di avere collaudi fasulli.
   Una presunta gestione tipica di "casa nostra", dunque, per lucrare ingiustamente (anche attraverso fatture false e gonfiate) nella realizzazione di un'opera inadeguata e pericolosa.

Olga Iembo, Il Domani, martedì 7 febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 
Il piccolo borgo medioevale dello Jonio candidato al World Habitat Award
Badolato gioiello dell'Onu
Il paese tra i migliori esempi di "architettura sociale" al mondo

Da paese fantasma a gioiello dell'Onu. Sulla costa jonica della Calabria, arroccato su una collina dalla quale si ammira da un lato il mare e dall'altro la montagna, si erge il borgo medievale di Badolato, in provincia di Catanzaro.
    Il piccolo centro, ricco di chiese e palazzetti antichi, tuttavia non è famoso tanto per i pur splendidi paesaggi nel quale è inserito, quanto per essere al centro di un progetto di accoglienza, convivenza e integrazione interculturale senza precedenti in Italia, che lo ha portato a rappresentare la nostra nazione nella prossima edizione del "World Habitat Award", il concorso annuale patrocinato dall'Onu che premia il miglior esempio di "architettura sociale" al mondo.
    Sembra incredibile che quello che fino a qualche anno fa era stato etichettato come "paese fantasma" possa ad agosto ricevere un premio dalle mani di Kofi Annan. «Sono molto fiducioso per il futuro del paese ed attendo con trepidazione l'esito del concorso», ha dichiarato all'Adnkronos il sindaco Andrea Menniti.
   Tutto ha inizio nel dicembre del 1997 con lo sbarco sulle coste della Calabria della "Ararat", una nave di profughi provenienti dal Kurdistan. Per le 836 persone che avevano affrontato quel terribile viaggio in condizioni disumane fu allestita inizialmente un'accoglienza provvisoria. Gli uomini furono alloggiati nella scuola media di Badolato superiore, le donne e i bambini in un centro d'accoglienza nel vicino paese di Soverato. Al momento dello sbarco, nell'antico borgo vivevano appena 350 persone, per lo più anziani, conseguenza dell'ondata migratoria che, a partire dagli anni '50, aveva visto i badolatesi trasferirsi in cerca di migliori sorti nelle Americhe prima e nel resto d'Europa poi. Da questa serie di congiunture nacque la favola di "Kurdolato", esempio di convivenza e rispetto fra culture diverse.
    Gerardo Mannello, uno degli artefici di questo piccolo miracolo, nel 1997 era il sindaco di Badolato. «Dopo lo sbarco della "Ararat" - racconta - la situazione era molto caotica. C'era un continuo via vai da Badolato a Soverato e viceversa. Questo perchè gli uomini erano stati divisi dai propri familiari ed erano disposti a farsi oltre 20 km a piedi pur di vederli. Io personalmente ne accompagnavo in macchina il più possibile. Qualche tempo dopo mi venne un'idea. Decisi di riunire queste famiglie assegnando loro alcune delle abitazioni del vecchio borgo che erano disabitate da anni. Chiesi ai miei cittadini se erano d'accordo e poco dopo tempo furono consegnate 80 chiavi. L'allora ministro degli Affari sociali, Livia Turco, stanziò un miliardo e mezzo di lire per questo progetto. Restarono 13 famiglie curde».
     Iniziò così una pacifica e prolifica convivenza fra italiani e curdi all'interno del piccolo paese. «All'inizio era problematico capirsi- ricorda Mannello- col tempo però siamo riusciti ad inventarci una sorta di lingua franca composta da termini italiani, calabresi e curdi. Lo spirito con il quale i badolatesi hanno affrontato questa esperienza è straordinario, forse perchè hanno vissuto sulla propria pelle una situazione analoga».
    Tanto per rendere l'idea, qualche mese dopo lo sbarco, i cittadini decisero di offrire ai curdi, che professano la religione musulmana, il Monastero, una delle chiese più importanti del paese, in modo da poter festeggiare il "Newroz", il capodanno turco. Alcuni curdi iniziarono a lavorare nell'agricoltura e nell'edilizia, altri aprirono un ristorante e altri ancora un negozio di ceramiche.
    Fu istituito ben presto un centro Cir, l'ente morale-onlus che opera dal 1990 in Italia per coordinare e potenziare le azioni in difesa dei diritti per i rifugiati e richiedenti asilo. Era ed è tuttora l'unico centro presente nella regione Calabria. Il suo scopo è quello di coordinare le attività che riguardano i rifugiati che arrivano e offrire loro un supporto in caso di necessità. Daniela Trapasso, badolatese, dirige il centro dal 1997.
    «Siamo arrivati quì in un periodo in cui in Italia non esistevano leggi sui rifugiati e i richiedenti asilo. Badolato in qualche modo s'inventò l'accoglienza. Il paese tornò a rianimarsi e ad attirare attorno a sè l'attenzione dei media di tutto il mondo, Stati Uniti compresi».
    Dal 2001 Badolato e' uno dei 92 comuni che aderisce al "sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati", un programma coordinato dal Ministero degli interni, dall'Anci e dall'Acnur.
    «Il programma- spiega la Trapasso-rappresenta l'unica normativa in materia di rifugiati in Italia. Si basa sugli ultimi due punti della legge Bossi-Fini sull'immigrazione. È incredibile pensare che siamo l'unica nazione in Europa a non avere una legge apposita per i rifugiati, anche la Spagna che non l'aveva ne ha approvata una di recente».
    «Questo è uno dei motivi -aggiunge- insieme alla mancanza di posti di lavoro in Calabria, che ha spinto molti rifugiati a emigrare verso altre nazioni europee». Badolato infatti, dopo la straordinaria rinascita di cui è stata protagonista, rischia infatti di tornare ad essere nuovamente un paese fantasma.
    Attualmente vivono a Badolato solo dodici curdi, anche se il paese continua ed essere il centro nevralgico dell'accoglienza per rifugiati in Calabria.
    La maggior parte di loro al momento proviene da paesi africani, come Etiopia, Sudan ed Eritrea.
    Lo spirito di solidarietà è sempre lo stesso, ma le prospettive cambiano.
    Da una parte sembra essere rinato un interesse attorno al vecchio borgo, che ha spinto molti imprenditori del nord Italia, ma anche svizzeri e tedeschi, a ristrutturare abitazioni ed edifici in disuso.
    Dall'altra, un costante esodo di profughi che non riescono a trovare stabilità lavorative in una regione che non offre garanzie per il futuro. Badolato ha da poco ricevuto dei nuovi finanziamenti che riguardano delle "borse lavoro" da assegnare ai rifugiati.
    «Si tratta di un progetto- fa sapere Daniela Trapasso del Cir- che da una parte aiuta le aziende ad aumentare la produttività, dall'altra offre la possibilità ai rifugiati di imparare un lavoro. A frenare gli sviluppi di questi progetti purtroppo però sono i ritardi burocratici».
    L'esperienza di Badolato ha lasciato il segno nei cuori di coloro che l'hanno creata. «Ancora oggi -riferisce l'ex sindaco Mannello- mi arrivano le cartoline delle famiglie che sono emigrate altrove. Sono estremamente orgoglioso di quello che ho fatto e molto di quello che stiamo raccogliendo oggi è il frutto di quanto seminato allora». «Prima dello sbarco -aggiunge- non sapevo nulla sulle condizioni di vita di questa gente. Mi è bastato però vedere anziani, disabili, bambini piccoli e donne incinta affrontare un viaggio terribile come quello della nave "Ararat" per capire che la democrazia è un bene che noi occidentali diamo troppe volte per scontato».
    Gli fa eco Daniela Trapasso. «Questa esperienza ha rappresentato una grande crescita culturale del nostro paese ed è un motivo di orgoglio non solo per la Calabria ma per tutta l'Italia». <siamo ora in attesa di vedere se la favola di Badolato avrà o meno un lieto fine.

Il Quotidiano, lunedì 6 febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 
I compagni badolatesi ritornino ai partiti politici

Alcune riflessioni sulla situazione amministrativa locale di Badolato sono emerse nel corso dell'incontro-dibattito organizzato, nei giorni scorsi, dai partiti dell'Unione e dai movimenti politici badolatesi.
    In merito, Ernesto Maria Menniti, di Rinascita di Calabria, ha affermato: "A Badolato è venuta a mancare l'adesione dei compagni ai partiti, in particolare al vecchio Pci ora Ds e ognuno è andato contro l'altro. Non si può, certo, tornare indietro per ricostruire il vecchio Pci, ma ci dobbiamo assumere l'incarico e l'onere di dare risposta ai problemi di Badolato facendo atto di umiltà, se vogliamo bene ai cittadini badolatesi. Bisogna rientrare nei partiti -ha aggiunto Menniti- e rimettersi a lavorare senza spigolature uno contro l'altro. Quando i Ds avevano deciso di sfiduciare il Sindaco, mi sono speso per far attuare tale decisione. I Ds hanno fatto le loro scelte e si sono assunti le loro responsabilità anche se non le ritengo condivisibili. Comunque, adesso stanno lavorando e li lasceremo lavorare per vedere i risultati".
    Sulla situazione locale è intervenuto anche Vicenzo Piperissa, coordinatore di "Aprile per la sinistra", il movimento politico che ha incontrato in questi mesi tutti i partiti del centro sinistra e ha organizzato insieme all'Unione il dibattito sulla costituzione. "Qualche tempo fa -ha spiegato Piperissa- abbiamo fatto un'analisi della situazione locale amministrativa e abbiamo capito che c'era una forte frammentazione. Pensando alle future iniziative di carattere politico, abbiamo fatto un documento e lo abbiamo inviato a tutte le forze del centro sinistra e a Franco Nisticò del Comitato lotta per la 106, per invitare tutti a discutere della situazione locale, al fine di creare un clima più positivo e di avviare la discussione politica. Il problema più importante, per ora, -ha aggiunto- sono le elezioni del 9 aprile e quindi creare un contenitore politico per organizzare delle iniziative politiche. Sull'attuale situazione amministrativa locale, noi siamo stati critici sin dall'inizio e continuiamo ad esser critici anche ora. Di questo, si dovrà presto discutere con le altre forze politiche di Badolato".

Sara Dominijanni, Il Domani, martedì 7 febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 
Globalizzazione della 'ndrangheta: c'è chi lucra, c'è chi fa connivenza

di Lara Esposito
I
n un'accurata pubblicazione emerge come troppe volte certa "cultura" contribuisca, scientemente o meno, alla diffusione delle idee mafiose. Ne tratta Francesca Viscone, con saggi di Renate Siebert e Vito Teti

Dopo l'ambiguo omicidio del vicepresidente della Regione Calabria, Francesco Fortugno, avvenuto a Locri durante lo svolgimento delle elezioni primarie dell'Unione, si è tornato a parlare, con una certa preoccupazione, di 'ndrangheta. Un'organizzazione spesso sottovalutata negli anni passati, considerata una "mafia di secondo piano", arcaica, primitiva, inferiore alle consorelle campane, pugliesi e siciliane.
È, invece, assai più pericolosa in quanto – essendo un'organizzazione a carattere prevalentemente familiare – è molto meno permeabile a quei fenomeni di dissociazioni e di "pentimenti" che hanno invece positivamente caratterizzato le analoghe esperienze delle altre sventurate regioni del Meridione italiano. Ed anche assai più perniciosa a causa della generale scarsità della presenza, in tale regione, delle strutture dello stato che spesso, è, purtroppo, realmente e dolosamente latitante. Già da molto tempo gli specialisti del settore – criminologi, sociologici, storici –avevano lanciato l'allarme sottolineando come essa in realtà fosse diventata potentissima anche a livello internazionale: l'unica addirittura capace di trattare con i cartelli colombiani il traffico di stupefacenti.
Ma molte colpe – più o meno coscienti – sono anche quelle dell'intellettualità (o presunta tale) locale che, con azioni varie, rende "normale" la presenza mafiosa.

La pericolosa esaltazione di alcuni (dis)valori
Qualche esempio dell'oggettiva connivenza, cui accennavo poc'anzi, avviene nei casi di alcune forme di enfatizzazione delle gesta dei briganti (che, al di là dei diversissimi contesti storici sono i personaggi ai quali le giovani leve 'ndranghetiste si ispirano). Ma anche dell'iperconvegnistica su alcune tradizioni popolari che, volenti o nolenti, mettono in luce positiva, anche comportamenti spesso retrivi e frequentemente violenti che, se da una parte non è ovviamente possibile non analizzare, dall'altra andrebbero affrontati e discussi con una maggiore cautela e preparazione.
Un recente testo di Francesca Viscone, giornalista, insegnante e scrittrice attenta e sensibile che già altre volte si era misurata su varie tematiche inerenti al difficile rapporto fra tradizione e modernità, indaga su un altro particolare degli aspetti citati: quello della musica e del suo rapporto con la mentalità mafiosa e l'immaginario collettivo. Il libro, La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media (Presentazione di Vito Teti e Postfazione di Renate Siebert, Rubbettino, pp. 254, € 14.00), uscito per la collana Altera, tratta l'argomento con connotazioni tanto originali quanto interessanti. L'intento è quello di focalizzare le motivazioni e le responsabilità, non risparmiando anche forme di pressappochismo giornalistico, di un fenomeno abbastanza preoccupante: la relegazione della Calabria, e del Meridione in generale, nell'immaginario collettivo, a uno stereotipo di cultura mafiosa.
Uno dei problemi più interessanti che l'autrice pone riguarda il rapporto tra la mentalità, gli pseudovalori e i riti arcaici che hanno caratterizzato l'organizzazione malavitosa fin dal loro nascere e la nuova e moderna forma mentis che ha portato la 'ndrangheta a competere a livello mondiale con tutte le altre mafie. Viscone analizza un segmento particolare, traendo spunto dall'uscita in Germania di tre Cd. Si tratta di raccolte antologiche altamente significative, i cui canti raccontano i riti (il battesimo, la benedizione del locale, la riunione dell'alta corte), gli pseudovalori (l'omertà, l'onore, la vendetta), il ruolo delle donne nella trasmissione dei sentimenti di vendetta ai figli: un quadro completo insomma dell'immaginario mafioso e del mito con cui la 'ndrangheta si presenta ad un pubblico che non sempre possiede gli strumenti culturali necessari per decodificare, in maniera storicamente corretta, i suoi messaggi simbolici.
Un'organizzazione così potente e totalmente priva di scrupoli, che pianifica omicidi, traffica con le armi (in Calabria sono stati scoperti persino dei lanciamissili, per non parlare dei kalashnikov e di arsenali più convenzionali) viene rappresentata nelle canzoni come una società arcaica, idealizzata e mitizzata, fondata da nobili cavalieri con ascendenti divini.
Tra realtà e fantasia tuttavia c'è un abisso, ma ciò non toglie che canti e musiche abbiano spesso accompagnato eventi di particolare importanza per l'evoluzione e la storia della 'ndrangheta.

La musica contro gli «sbirragli»
La Viscone racconta che il primo segnale di modernizzazione di questa organizzazione criminale ci fu, in realtà, già nel 1969, quando, il 26 ottobre, una soffiata permise di arrestare a Montalto il fior fiore delle 'ndrine, circa 130 'ndranghetisti riuniti in un summit sotto la presidenza di Giuseppe Zappia, boss di San Martino di Taurianova. Molti pensano che la riunione fosse stata organizzata per porre un freno all'ascesa della nuova generazione emergente che vedeva nei vecchi boss solo un intralcio ai propri guadagni, e allo sviluppo di nuove attività più redditizie: il traffico di armi e di stupefacenti.
I fatti di Montalto furono "celebrati" con una ballata che raccontava come gli «sbirragli» avessero arrestato dei poveri innocenti, facendo piangere padri e madri e che così concludeva: «giudici presidenti ed avvocato / che della Corte siete i padroni / statevi attenti come condannate / innocenti in galera non mandate; / viene il giorno che siete giustiziati / di fronte al Signore rispondete: il Signore non ve lo scordate / come la spia infame che ci avete». Racconta Luigi Malafarina che «autore (Giuseppe Fazzolari), cantante (Rocco Severino) e stampatore (Gualtiero Guarino), incriminati per minaccia ed oltraggio al Corpo giudiziario, furono assolti il 5 novembre 1972 dal Tribunale di Messina».
Non fu l'ultima volta che un evento straordinario per il crimine fu celebrato con un canto. Il 16 febbraio dell'anno scorso fu arrestato Gregorio Bellocco, uno dei trenta latitanti più pericolosi, in un bunker nel pieno centro di Rosarno. Da questo evento è nata una ballata, registrata artigianalmente su un Cd che è stato scoperto in seguito dai carabinieri. Una voce maschile canta in dialetto reggino: «Sedici febbraio giorno fatale. Ci fu la cattura di un uomo geniale, fu una giornata triste e maledetta, tutta la famiglia ha avuto un gran dolore, o sbirri maledetti "mi aviti focu, e ad uno ad uno i peni dell'inferno aiti a passari"».

L'interesse di studiosi e giornalisti
Il fenomeno della musica della 'ndrangheta era già noto agli studiosi. In modo particolare l'etnomusicologo Ettore Castagna vi aveva dedicato la sua tesi di laurea nel 1985 mentre il già citato Teti e Goffredo Plastino lo avevano persino documentato per la Rai. Altri invece, sia in passato che ancora oggi, lo hanno considerato un fatto marginale, per lo più banalizzato, osservato dall'alto in basso e senza nascondere un sorrisetto ironico: come se fosse solo il peggior folklore, riservato ad una casta di uomini primitivi, ignoranti e dai gusti musicali alquanto discutibili. Balli, canti, parole in codice semplicemente "urlate", sono vendute liberamente sulle bancarelle dei mercati, su cassette e Cd con tanto di bollino della Siae e numeri di telefono di cantanti, distributori, produttori. Un business all'aria aperta, chiaro e trasparente, dove nessuno nasconde niente, giusto perché si veda che da nascondere non ci sarebbe davvero alcunché.
Certo è che qui la 'ndrangheta non si presenta con allegria, i toni sono tristi e lamentosi, tranne poche eccezioni. I criminali non vengono presentati come uomini felici, ma come vittime, carcerati innocenti e coraggiosi perché capaci di sopportare in silenzio per lunghi anni pene ingiuste, pur di non danneggiare "i fratelli" e la società. L'onore ha più importanza della vita, che senza l'omertà non vale niente, così come non ha "senso" l'esistenza di sbirri e infami. Dietro le tarantelle si cela un ricco immaginario con cui da almeno un secolo la 'ndrangheta si presenta al grande pubblico, a quello più vulnerabile perché meno colto, meno dotato degli strumenti necessari per comprendere.
L'immaginario e il mito servono anche a fare adepti e a nascondere la realtà dietro la sua idealizzazione. Le canzoni, un tempo, venivano scritte proprio per questo scopo: portavano in giro gli insegnamenti dell'organizzazione, spiegavano cos'erano e come si acquisivano il prestigio e il rispetto (con il crimine), facevano intravedere la fine che avrebbero fatto gli infami e i traditori, le pene: l'omicidio, gli sfregi, le "zaccagnate". Scrive Enzo Ciconte: «I proverbi, i racconti, le canzoni, le poesie costituivano una sorta di <ì>corpus giuridico che dettava norme e regole di comportamento».
In questi ultimi tempi il dibattito intorno alle canzoni della 'ndrangheta si è fatto serrato: Angela Napoli (deputato di Alleanza nazionale nonché vicepresidente della Commissione nazionale antimafia) ha presentato un'interrogazione parlamentare, proponendo che le cassette da bancarella venissero sequestrate. La Rai ha dedicato al tema ben due servizi: uno in Tv7, firmato da Paolo Di Giannantonio, e un secondo in Unomattina, firmato da Vito D'Aniello. In queste occasioni il magistrato Roberto Di Palma ha raccontato dell'arresto di Bellocco e di come questi avesse scritto una poesia su tale avvenimento. Di Giannantonio ha intervistato persino un certo Ciccio Aloi, un anziano signore appassionato di canzoni di malavita, che vive isolato su sperdute montagne, dove tuttavia è riuscito a creare un vero e proprio studio di registrazione.
La storia dei canti di 'ndrangheta sembra più che mai legata all'attualità e diventa impossibile relegarla soltanto a quell'immaginario fantastico fatto di personaggi leggendari e improbabili eroi pronti a sopportare di tutto pur di combattere – per generosità e senso della giustizia – uno stato tiranno, ingiusto o assente.
Il saggio della Viscone offre numerosi altri spunti di riflessione: sul rapporto controverso tra cultura popolare e cultura mafiosa, sul rapporto tra mafia e brigantaggio, sull'immagine che della Calabria e dei calabresi è stata diffusa da prestigiose testate come Le Monde, New York Times, Frankfurter Allgemaine Zeitung, di cui viene presentata un'interessante raccolta antologica. Si interroga sulla capacità dei mass media di informare senza pregiudizi, in maniera corretta e, soprattutto, non subdolamente interessata al consolidamento delle proprie posizioni culturali attraverso la diffusione di preconcetti e stereotipi tanto noti quanto falsi.

L'identità e l'appartenenza
L'antropologo Teti, dell'Unical, nella Presentazione pone l'accento sul tema dell'identità e dell'appartenenza: «Parlare di Calabria significa sempre dichiarare preliminarmente non tanto quello che la regione è, quanto piuttosto quello che essa non è, non tanto chi sono i calabresi quanto chiarire che non tutti sono quello che di solito si dice o si vuole che siano». Teti mette in evidenza come il fenomeno analizzato, la diffusione in tutto il mondo dei Cd di canti di malavita, abbia generato un vero e proprio fenomeno di globalizzazione delle "cattive idee", un fenomeno che «non interessa soltanto la Calabria e le sue immagini, ma tutte le culture locali, un tempo negate, che oggi vengono piegate, con l'aria di promuoverle, a logiche commerciali».
La sociologa Siebert, anche lei docente dell'Unical, pone l'accento, nell'appassionata Postfazione, sui tanti tentativi fatti dalle giovani generazioni per cambiare positivamente, dando luogo a «indubbi sviluppi positivi dei processi civili», e ricorda in particolare l'esempio del Parco nazionale dell'Aspromonte, raccontato nelle canzoni e negli articoli come terra di latitanti. Qui i trentasette sindaci dei comuni che ne fanno parte, insieme a Tonino Perna, allora presidente del Parco, e ad altri esponenti politici locali nel 2001 hanno firmato la Carta della civiltà dell'Aspromonte: un comune impegno a difendere "l'onore dell'Aspromonte" contro le tante campagne stampa che hanno sempre cercato di criminalizzare queste montagne, e a valorizzarne tutti gli aspetti culturali e naturali.
Sull'argomento sono già intervenuti diversi organi di stampa locali e nazionali. Fra questi ultimi, l'Avvenire e Il Foglio. Diverse, ma sostanzialmente convergenti, le analisi contenute negli articoli, rispettivamente, di Paola Suraci e di Bruno Giurato. Il giornale della Conferenza episcopale italiana ha collegato il fenomeno della musica della 'ndrangheta alla cattura del super latitante Bellocco in seguito alla quale sono state trovate dalle forze dell'ordine numerose cassette che raccontavano la cattura di questo "uomo geniale". Secondo, invece, il quotidiano di Giuliano Ferrara questi Cd di "canti di 'ndrangheta" non rispecchiano né la bellezza né la complessità della musica tradizionale calabrese: di quest'ultima «c'è una traccia vaga, sia dal punto di vista delle musiche che da quello dei testi». L'articolo propone infine una domanda: «Sarà un caso o un segno di fatale approssimazione che sulla copertina dell'ultimo Cd de Il canto di malavita spunti una chitarra acustica western, strumento sconosciuto in Calabria, ove dominano chitarre battenti, zampogne, organetti e tamburelli?».

Lara Esposito, www.scriptamanent.net, anno IV, n. 28, febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

per altre recensioni (tra cui quelle citate qui) vedi Gilbotulino News del 10 gennaio 2005

 
Buone notizie per i centoquaranta operai della "Schillacium": Riceveranno una mensilità
Moraca: al massimo liquideremo entro tre giorni

Entro fine settimana riceveranno una mensilità arretrata i cento quaranta lavoratori della società Schillacium, la consortile a capitale misto (51% parte pubblica, 49% parte privata ) che garantisce il servizio di raccolta e spazzamento dei rifiuti solidi urbani in trenta Comuni del basso Ionio soveratese. La notizie giunge da via Trento e Trieste, dove ha sede il quartier generale della società; a comunicarla il neo eletto Presidente Giulio Moraca, il quale al termine di una riunione con i sindaci del comprensorio ha dichiarato di poter procedere alla liquidazione degli stipendi al massimo entro tre giorni. [...]
    Sembra chiudersi, dunque, un lungo capitolo che è stato permeato da molteplici forme di protesta effettuate dagli operai, i quali in più di un'occasione sono scesi in campo per difendere i loro sacrosanti diritti. Proteste che, talvolta, sono sfociate in blocchi stradali, lunghi cortei per le vie di Soverato e quant'altro, mettendo in ginocchio la viabilità stradale e creando situazioni destabilizzanti dal punto di vista dell'ordine pubblico. Ora, tutto questo è solo un lontano ricordo. Dopo un lungo periodo di bufera, ecco che arriva finalmente la quiete, e per i lavoratori esiste la possibilità di lavorare con più tranquillità e serenità, per garantire un servizio di importanza strategica per l'intero territorio: la raccolta dei rifiuti.

Cesare Barone, Gazzetta dl Sud, martedì 7 febbraio 2006
(gilbotulino.it 7-2-2006)

 

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