Gil Botulino |
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The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
Il gatto la chiesa la piazza |
| Un portone di legno marrone si era spalancato
e sulluscio si attardava un gatto. Muoveva in piccoli cerchi la coda. La schiena
ricurva, il pelo irto, il muso proteso nellaria e le orecchie dritte di chi ascolta
avidamente un rumore o insegue suoni che celano profumi, odori, sapori. Il silenzio
immobile stagnava nellaria fresca del tardo pomeriggio. Una voce corale si levò poi
piano piano fendendo allimprovviso la facciata della chiesa. Il portone ora appena
dischiuso non fu più vuoto e spettrale. Dal buio dellinterno si levava un coro cupo
verso il cielo e le litanie risalivano una dietro laltra. Un prete chiedeva. Il coro
di voci femminili rispondeva allunisono in un crescendo di preghiera mormorata come
da una caverna misteriosa e lontana. Il gatto non osava entrare. Girava la coda sullo scalone e aspettava la padrona cercando forse di distinguere la sua voce tra le tante. Erano i tempi quieti, quando ti dondolavi sulla collina appeso ai frutti della tua gente e gli anziani curvi sotto il peso del lavoro nei campi circondavano le piazze e riempivano le chiese. Fermi sulle gambe incerte con le loro storie di guerra e di bombardamenti, con il vuoto che divorava la memoria di gioventù mentre crescevano vispi i nipoti e si perdevano tra le case alluvionate le loro facce tonde e gli occhi tristi di scoprire sentieri di distruzione là dove il silenzio regnava, eterno cumulo di storia sulle gradinate da un passo e mezzo. Il copricapo nero scendeva con il suo fardello fino alla schiena, piatto come unala di rondine schiacciata sulla testa. Come corvi uscivano le donne una ad una, vecchie e scalpitanti, inciampando sullorlo alto del portone semichiuso. Tra sé e sé mormoravano, disordinatamente ora, un nugolo di lamenti e di condanne al mondo nuovo e agli acciacchi, alla salita sconfinata e ripida come per una penitenza. Una donna si staccava dal coro e andava a infilarsi curva sotto la fontana con la bocca ormai priva dei denti poi scompariva tra le mura alte della discesa a gradoni da percorrere saltando come grilli. Grilli zoppi e neri si aggrappavano ai bastoni o alle pareti. Il gatto aveva ritrovato la padrona e così se ne andavano entrambi neri come pece dondolando litanie di pensieri soffusi di profumi e odori di cucina, sognando lave maria di domani nella piccola chiesa azzurra, chiamata dalla campana aggrappata alla nicchia vuota incorniciata dal mare. Avevi un sorriso tiepido la sera quando le donne lasciavano la casa e scomparivano nel ventre buio della chiesa. Azzurro mare e cielo cingevano i tetti delle case e i portoni sembravano tutti nobili e i cortili ampi con scale e terrazzine nascoste dai gerani, le bocche di leone spuntavano tra le pietre e il mio primo libro con angeli dalle ali dorate e le gote paffute, un diavoletto capriccioso e lodore, lodore ancora oggi di quelle prime pagine. Dietro la chiesa i tetti scendevano a poco a poco da un lato. Dallaltro tutto spariva allimprovviso e non cera più paese, non cera strada, non cera pietra non cera fiore o erba. Allimprovviso il giallo miele delle dune, colline di sabbia o di restuccia rappresa nel sole dagosto, il grano tagliato e bruciato dal sole. Il terribile infante si scatenava in giochi mostruosi e risucchiava la fiumara. La fiumara dove mia madre e la madre di mia madre e tutte le madri che ci hanno precedute lavavano i panni bolliti nella cenere, lavavano il freddo della storia e le ferite con una solidarietà e un canto senza fine. Dolore dolore di vederti scomparire acciottolata fiumara calabrese su cui scorrevano pietruzze tonde e il luccichio abbagliava laria dolore dolore di vederti bruciare dolore dolore di vederti abbandonare emigranti scendono per la strada prosciugata e vanno verso il mare dolore dolore di vederti naufragare. Dietro le dune gialle e infuocate azzurro e alto si stagliava il mare alto verso un orizzonte che raggiungeva i tetti delle case. Il mare è alto a Badolato se lo guardi dalla terrazza dei nonni. Raggiunge il campanile della chiesa risale le dune e si affaccia bugiardo a offrire false modernità false lontananze false ai naufraghi agli alluvionati ai senzatetto ai diseredati. Non mi vieni più incontro col tuo sorriso mite di strada, i turisti a piedi nudi le donne degli emigrati alte e bionde tenere come margherite, le donne rimaste senza uomini molli e tonde le dita affusolate intrecciate nel ricamo e nel telaio. La tua terrazza. Lassù lorsa maggiore contava i nostri occhi e le stelle rapaci ci derubavano dei nostri rosari mormorati la sera, seduti stretti e in cerchio le spalle rivolte al mare o al campanile, la Croce della Sanità alta nel buio limpido, il silenzio timorato di dio fino a notte fonda snocciolato e benedetto come pane. Il gatto acciambellato sul sagrato ronfava e guardava curioso. Il muso poggiato sulle zampe tese la schiena inarcata i baffi irti le orecchie dritte verso grida e risa di bimbi saltellanti e sghembi dentro girotondi reali o immaginari. Invece si correva e ci si rincorreva come grilli chiusa la porticina sul buio mesto della chiesa la parete liscia e lo scalone la piazza piena e pazza di voci allegre disordinate amate. Il gatto quieto ronfava perso nei girotondi e nascondini. Nessuno calpestò mai la tua coda e così continuasti negli anni a leccarti i baffi lunghi e bianchi. Le bambine raccolte in cerchio si scatenavano in un girotondo dal ritmo prima pacato, poi sempre più veloce, altre lanciavano pietruzze nellaria per farle ricadere nella piccola mano senza che toccassero terra. Ti rincorro negli anni trascorsi ad aspettare che un gatto una cicala un nugolo di grilli, di vecchi e di bambini, riempisse i vicoli e le case di litanie e di risate. Ricordo di unestate in cui tornai e tu non ceri. La piazza vuota le case chiuse i portoni eternamente muti i cortili rattrappiti e rugosi i balconi arrugginiti sotto il sole ringhiante. Divorati dalla marina dispersi prima nelle scuole poi nelle università, gli uomini partiti per il vasto mondo, le donne andate in sposa chissà a chi chissà dove, avevate lasciato i vicoli vuoti e il semaforo accecato. Odore di sansa tra le case. I trappeti nascosti nei buchi delle rocce. Odore di muffa per le strade. Le mole di pietra le viti giganti di legno e le strade innaffiate dal dio dellabbondanza i rifugi sotto le bombe e la pioggia i pentoloni per il baco. Sogni solo sogni o i racconti dei nonni. Quando ancora oggi mi sveglio in un mattino sereno e sento lodore della casa alta ed eterna le parole dure del dittatore fronteggiano la facciata della chiesa i raggi del sole entrano lievi dagli infissi socchiusi e un vocio indaffarato taglia il silenzio profumato. Quando ancora oggi mi sveglio e sento il tuo odore al mio fianco apro gli occhi e ti cerco, cerco i lettini bianchi il sole bambino la piazza la chiesa la strada la fontana stridente ed allegra ancora oggi mi chiedo doveri se ceri o ti ho sognato soltanto correndo gradini gradini confondendo le discese e le salite del tuo cuore svuotato con quelle pulsanti del mondo. Mi accompagni silenzioso nei giorni di solitudine in montagna i sentieri smarriti i compagni bambini a cui raccontare bugie madornali giacomino piccolo vestito da pastore la nonna vestita di nero con la treccia che le incorniciava il capo ferma nella memoria dei miei tre anni dalla terrazza tremante e storta le bocche di leone il viso rosa lontano di una bambina senza nome gli angioletti paffuti del primo libro mai più rivisto ma rimasto scolpito negli occhi dei miei pochi pochi anni. Torno a te estranea al tempo trascorso in una separazione destinata a durare torno per guardare la botola del mezzanino e immaginare i folletti rossi scendere a saltelli i minuscoli gradini che portavano giù nelle camere fresche dove fu Biancaneve bambina a riposare. Le stesse camere dove i nonni raggomitolati nel loro amore morirono lasciandoci in dono la pace. La pace, per i tuoi tetti e le tue case. |
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Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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