Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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LE PORTE DEL SILENZIO 

Il castello sopra il fosso

Forse solo per vincere la forza dirompente di ricordi che cominciavano a confondermi la mente, ho deciso di tornare. Per una volta ancora. Lascio la macchina nel parcheggio del fosso. Qui un tempo c’era una montagna e in cima sorgeva una volta il castello. Quando venivo qui da bambina il castello ormai non esisteva più, erano rimaste poche mura. Non so a chi venne l’idea che questo paese, che nel frattempo si andava svuotando, avesse bisogno di un parcheggio e anche di un semaforo. So solo che un’estate ritornai e la montagna non c’era più. L’avevano rasa al suolo. Da allora nessuno chiamò più questo posto il castello, ma divenne il fosso, come quello spiazzale laggiù, a ridosso del muretto.

Su quel basso muretto di cemento mi piaceva in estate star seduta coi vecchi e ascoltare il suono dell’organo, voce arcana che l’ultimo monaco rimasto al Convento degli Angeli lasciava risuonare fino a noi, assetati e privilegiati destinatari di quella pace irraggiungibile. Quel convento è divenuto col tempo ricovero di giovani della comunità di mondo x. Coltivano i campi, compiono lavori di manutenzione agli immobili e di restauro delle belle opere rimaste lì dentro abbandonate. Non escono, se non raramente, da quel luogo tranquillo. Hanno scelto di vivere secondo le regole francescane. Non leggono i giornali, non guardano la televisione, evitano ogni occasione di tentazione e di debolezza. In occasione della festa degli Angeli o nel mese di giugno, quando si celebrava la tredicina di Sant’Antonio, le donne risalivano la lunga scalinata di pietra in ginocchio. La nonna, le ginocchia nude e insanguinate, la fronte madida e il volto contratto dalla fatica e dal dolore, accompagnata da familiari e da amici, lungo la petta degli Angeli per grazia ricevuta. Un estremo atto di umiltà, una ritualità d’altri tempi, che dava all’uomo però una possibilità di dialogo con il divino. Così al di sopra e al di fuori di tutto l’umano affanno doveva essere Iddio, se era necessario il sacrificio estremo non solo prima, ma anche dopo averne ottenuto l’attenzione e lo sguardo.

Il semaforo, all’inizio di questo vicolo che taglia in due il paese, non ha funzionato che per poco e in fondo, davanti alla casa dei nonni, le due stradine ora asfaltate ai lati della chiesa erano gradinate bellissime ma impossibili: per noi bambini ci voleva più di un passo ma meno di due per scendere da quegli scalini e, correndo, era un po’ difficile. Avranno spianato i gradini e asfaltato le strade affinché i bambini potessero correre meglio. Non ci sono luoghi dove si fanno queste cose per i bambini. Quando le macchine arrivavano davanti alla chiesa, non potevano proseguire, la piazza era stretta, non c’erano strade carreggiabili e dovevano tornare indietro, lungo questa salita terribile, ripidissima. La si può solo percorrere a sensi unici alternati. Se si incontra un’altra macchina a metà bisogna fare marcia indietro in discesa, o in salita. Ma il paese si andava svuotando e neanche le strade asfaltate e senza gradini, neanche i parcheggi servirono a trattenere la gente. Il semaforo ormai è spento da anni.

Una donna con un lungo abito bianco si affaccia a un balcone. Un velo bianco le copre la testa. Dietro di lei un uomo scuro con i baffi. Un bambino. Per la stradina freschezza e oscurità, odore di bucato, silenzio rotto da poche voci alte e spezzate da improvvisi scoppi di falsa ira. Davanti a un portone più scuro degli altri non riesco più ad andare avanti. Ho ritrovato la tua casa, Giacomino.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004