Gil Botulino |
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The German
Observer |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
Il nascondino |
| Cosa sto cercando qui? Sensazione di portare qui un estraneo per mostrargli le cose della mia vita. Le cose di questo paese, un vegliardo millenario che non sembra andare molto daccordo con il tempo, abbarbicato comè su questo cocuzzolo, difeso dai saraceni, dai bombardamenti, dai terremoti e le alluvioni, testardamente deciso a rimanere identico a se stesso, ma esposto ormai dagli eventi alle cronache vere e false dei media. E lestraneo chiedeva cosa ci fosse di vero in ciò che raccontavo, a lui, a me stessa. Se la storia di Giacomino fosse vera. Ho smesso da tempo di pormi domande sulla verità delle cose. Mi sembra che di vero ci sia poco, e sempre di meno, nella realtà concreta del mondo. So cosa vedo. So cosa ricordo. Chiunque potrebbe smentirmi. E tuttavia, neanche di fronte alla più probabile delle smentite il mio racconto sarebbe falso. E la memoria che gioca di luce e dombra. La memoria costruisce i castelli in cui siamo prigionieri. Le strade su cui camminiamo, questi vicoli, sono forse meno reali degli odori dellinfanzia, degli inganni del ricordo, dei sogni che ci avvolgevano nelle estati assolate e ribelli quando al tramonto le strade si riempivano di voci cori canti girotondi? Il settimino era enorme. La grotta dentro la casa dei nonni era enorme. Forse è vero soltanto che io ero piccina. Ma quel mondo infantile non era meno vero di questo e se oggi il settimino mi appare pericolosamente privo di misteri e la grotta non rappresenta più il buio profondo ed eterno, minacciosa alcova di scorpioni bianchi, non per questo quel mondo non era vero. La fantasia, il ricordo, la memoria, sono le uniche cose vere nella vita di un uomo. Ci si può separare da un mondo, si possono perdere gli affetti, i compagni bambini, lamore di un uomo, le strade dellinfanzia, ma tutto ciò continua ad essere la nostra realtà senza tempo, non luogo geografico, ma spazio mentale e visionario allorigine delle tante vite vissute. Poco lontano dal paese Giacomino aveva la terra, così si diceva. Lo chiamavano "Il Nascondino" ed era realmente un luogo lontano e sicuro, invisibile dalla strada e dal mare, dal paese di sopra e da quello di sotto. Lì aveva costruito per noi una grande altalena americana. Trascorrevo intere giornate a dondolarmi, cercando di arrivare sempre più in alto, più in alto del muro di cinta ricoperto di piccoli cactus, per vedere il mare blu, il mare luccicante e le sue scintille pungenti. Un incendio una volta mi spinse a rimproverare mia zia per averlo sposato. "Se tu non avessi sposato Giacomino", le dissi, "a questora non saremmo qui, tra le fiamme". Una vecchia ci aiutò a spegnerle. Ricordo, come la scena irreale di un film, un vicino che picchiava suo figlio con la cintura dei pantaloni. Il casolare di pietra non emetteva un grido, il ragazzo si proteggeva la testa con le braccia, il padre lo colpiva, il casolare era muto e solitario, là su una collina. Tutti i posti irraggiungibili e irreali si trovano su una collina. |
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Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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