Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it

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LE PORTE DEL SILENZIO 

Ararat

Una fredda notte d’inverno fu squarciata da grida e lamenti provenienti dal mare. Urla di gente disperata nel buio della notte. La nave da carico Ararat si dondolava sulle onde, completamente abbandonata a se stessa. Il mattino seguente, il 27 dicembre, aggrappati alle funi, ai parapetti e alle scale, da quella nave uscirono 835 uomini stremati, disorientati e pieni di paura: 658 uomini, 104 bambini, 73 donne, tre delle quali in stato di gravidanza avanzata. Kurdi provenienti dalla Turchia, dall’Iran e dall’Irak.

Da quando sono arrivati loro Badolato sembra rinascere a nuova vita. Si balla e si fa festa, si ristrutturano le case per i profughi. Un popolo senza terra, bambini dagli occhi nerissimi cresceranno nuovamente in queste strade, giocheranno, forse anche loro, i nostri giochi, le pietruzze.

Siete arrivati dal mare, senza sapere dove andare dove rimanere. E loro vi hanno offerto ciò che non avevano per sé e che, come voi, avevano ricevuto altrove. Qui la vite dà frutti buoni ma nessuno la taglia e i grappoli gocciolano il sudore degli emigrati lontani.

Mai avremmo pensato di poter offrire salvezza ad alcuno non riuscendo a salvare noi stessi e le nostre case. Mai avremmo pensato ci fosse un ritorno un arrivo possibile in tempi in cui tutti continuano a partire. Queste bicocche magiche e misteriose racchiudono dietro le imposte chiuse il dono della salvezza.

Mi perdo in un dedalo di vicoli strettissimi e straordinariamente teneri. Budelli alti e magri fagocitano il mio corpo e l’estraneo che lo abita. E’ come camminare abbracciati tra amanti, per un po’, per un po’ mi sento in pace anche con lui. Poi, come accade tra amanti, per l’irregolarità dell’asfalto e i frequenti stretti gradini ci si scioglie, mi libero da questo strano senso di familiarità e mi riattacco al dolore che l’estraneo mi dà. Una graziosa porticina verde, protetta da un cancelletto di legno. Spingo ed entro, credendo che sia il ristorante kurdo. Sulla terrazzina un ragazzo impasta con le mani la carne macinata mentre su una piastra degli spiedini di polpette cominciano già a rosolare. Appena mi vede il ragazzo fugge portandosi via la piastra, sento un gran rumore di sedie, e qualcuno mi dice che il ristorante si trova due stradine più su. Al di sotto di una piccola rampa di scale in pietra sotto il livello della strada si apre una porta dipinta di verde. Ararat, così si chiama il ristorante, dal nome della nave che ha portato i profughi sulla costa calabrese. Il vuoto e il silenzio che regnano nel locale si addicono all’atmosfera e alla storia del paese. Non i suoi colori però, caldi e vivi al di là di ogni possibile contaminazione con il luogo. Tavolini bassi e rotondi, sedioline di legno e corda prive di spalliera, la penombra appena interrotta da una piccola finestra protetta da una grata di ferro da cui si vede la quieta discesa dei tetti verso la vallata verde e oro. Solitudine, anche qui attesa e solitudine. Cerco di capire attraverso lo sguardo di quell’uomo dietro il banco quanto si possa sentire a casa, senza conoscere altre parole d’italiano che il si e il no, quanta speranza possa riporre nel futuro del suo lavoro, della sua famiglia, della sua terra. All’improvviso mi pervade la certezza che senz’altro lui è qui a casa, non io che in questo luogo non ho altro che il ricordo dell’infanzia, radicato come una ferita insanabile nelle tante fughe da qui e da altrove, nella mia vita vissuta nel mito stesso della fuga da ogni mondo. Continuo a guardarmi intorno indecisa e curiosa, i ricordi si affollano nella mia mente e, forse solo per placare la memoria, per farla respirare, mi siedo, ordino gli spiedini di carne rassegnata che non ci sia il dona kebap. Il giovane kurdo mi mostra una foto con la carne allo spiedo a forma di cono capovolto e mi fa capire che quello che cerco non posso trovarlo lì. Nelle vicinanze della mia casa di Amburgo ce n’era uno ogni cento metri. Altona era un quartiere pieno di stranieri, per lo più turchi e greci. In quel periodo pochi parlavano del problema kurdo e minoranze apparentemente somiglianti si confondono spesso in Europa nell’insieme alquanto generico dello straniero, dell’estraneo. Ma un’estate, a Lipsia, Adel mi raccontò la sua storia e fu lì che il popolo kurdo si mostrò per la prima volta col suo un volto fraterno, delicato e gentile. Il volto dell’amicizia e della dolcezza.

In valigia

"Ho portato con me
Nelle suole delle scarpe
Le strade strette dell’infanzia
Che si aggrappano alle trecce grigie
Della montagna
Negli occhi
La piccola menta vicino al ruscello
Davanti all’albero d’ulivo
E nei capelli
Il tenero soffio di vento
Delle sere di Damasco
Ho portato con me
Sul braccio nudo
Le orme della carovana del sole
Cariche della nostalgia dei miei avi
Per le ombre rinfrescanti
Di oasi di pace
Nell’anima la purezza dei profeti
Come è scritto nel Libro
E la selvatichezza di montagne spoglie..."

Adel Karasholi. Damasco 1936. Fuggiasco, come tanti altri, giunse nella Germania comunista nei primi anni cinquanta. Qui condivise con i giovani tedeschi l’idea che le città distrutte o abbandonate, fossero esse Dresda o Damasco, sarebbero state ricostruite e sarebbero rinate, più belle. L’entusiasmo verso il futuro e la costruzione di uno stato socialista più umano, si basava sulla convinzione tipicamente brechtiana che il mondo fosse migliorabile all’infinito. Il suo cammino fu segnato dal dramma della perdita della lingua madre e dal recupero delle possibilità di espressione poetica nell’acquisizione di una nuova lingua, la lingua dell’esilio. Una figura esile, dallo sguardo caldo e rassicurante, una capacità di comunicazione che solo un "mediterraneo" può possedere, l’assicurazione ad ogni gesto e ad ogni parola, della sua amicizia e della sua mitezza. A Lipsia, nel 1994, Adel ci raccontò la sua storia di kurdo in fuga attraverso vari paesi, l’abbandono della famiglia, la scelta per certi versi politica, di vivere nella DDR, il problema della perdita dell’identità e del linguaggio. Un grande poeta, tedesco o arabo? Raccontava la sua amarezza, egoistica la definiva, di non essere diventato il più grande poeta del suo paese, poiché la fuga e la perdita della lingua madre rappresentarono un pesante condizionamento della sua poesia e della sua esistenza. Adel è poeta in due lingue, cittadino di due paesi. Come si vive con due cuori? Come si vive con due identità, due lingue, due mentalità diverse? Esilio, libertà, differenza, fratellanza. Parole che scavano solchi di dolore, solchi da cui spesso nascono umanità nuove, culture più ricche proprio perché provate. Adel ha portato nella fredda Germania un paesaggio mediterraneo intriso di felicità e di malinconia. I suoi colori, gli alberi, sono arabi. Ma è poesia universale, trasmigrata verso il Nord, per consentire mescolanze e magie altrimenti impensabili. Ho fatto di Lipsia la mia Damasco, ci disse. E voi? Farete di Badolato la vostra Damasco? Anche voi siete venuti "dal paese delle fiabe(…), dal paese dei mille e un sole"?

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004