Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it

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LE PORTE DEL SILENZIO 

La salita e la donna che non c’è

C’era una volta una donna… alta e magra, vestita sempre di nero, il viso dagli zigomi sporgenti e i capelli intrecciati dietro la nuca. Neri d’un nero mai visto. Vorrei provare per una volta ad immaginare come vedesse lei le cose. Me la ricordo mentre portava sulla testa una cesta ricolma coperta da un panno a quadri e in mano una bottiglia o una brocca, non saprei più dire bene. Era alta e fiera. Dritta come una scopa, sotto un fardello che pur doveva essere pesante, affrontava la salita come una sfida. In quel suo trasportare la roba sulla testa arrampicandosi per questa strada unica al mondo, aveva un non so che di affascinante e misterioso. Di sensuale no, non direi. Poiché la sua anima era sicuramente più spigolosa e ossuta dello sguardo. Non vi ho mai letto tenerezza. Ma un vago sorriso ogni tanto, subito soffocato con un cenno della testa, il mento appuntito inclinato sul petto. Eppure era bella. Il marito, un emigrato in Svizzera che non veniva mai, perennemente assente dal suo paese, dal corpo di lei, dall’affetto di voi tre, un solo figlio maschio ancora molto piccolo e due femmine, figlie sole e affannate di madre severa e padre assente. Si arrampicava per questa salita utopica, lunare come lunare mi apparve negli anni seguenti il mondo intero intorno a Badolato, trasportando la sua cesta in testa e le brocche in mano, seguita a pochi metri dal marito pallido, quasi giallastro, magro, alto, allampanato e stanco così stanco da sembrare malato. Non aveva nulla della fierezza di lei. Mi sembrò che il fatto stesso che non trasportasse niente e seguisse la moglie passo passo fosse già di per sé cattivo segno. Solo più tardi capii che la donna in questo modo non faceva altro che sottolineare la sua sottomissione, il suo farsi carico di ogni fardello per alleggerire l’uomo lavoratore e stanco, padrone di andare e di tornare, padrone del mondo e della casa, su cui lei vigilava come un soldato intorno al forte. Fu più o meno negli anni dell’adolescenza che smisi di venire a Badolato. Non più bambine, non ancora donne, trascorrevamo le giornate sognando. Guardavamo la pianura dal balcone, un balconcino stretto sui tetti miseri e pendenti verso Mingiano, oppure sedute sui gradini della casa e parlavamo, ci raccontavamo storie, cose vere e cose inesistenti. I primi amori, o presunti tali. Avevo un amico francese, di nome Michel. Veniva d’estate e l’estate era poi tutta una festa. Ma chi era realmente Michel? Mi chiedo ancora oggi chi fosse il mio migliore amico, il francese. Forse uno dei tanti figli di emigrati, un bambino intelligente, sicuro, che riusciva a farmi sognare di mondi mai visti e riusciva a farmi parlare di lui, delle sorelle, delle amiche, del mondo in cui ero al centro del mondo. In realtà il mio amico era invisibile, nessuno oltre me l’aveva mai incontrato, anche se parlavo continuamente di lui, descrivendone gli occhi, il colore dei capelli. Michel non esisteva, come non esisteva un mondo in cui io ero al centro del mondo. Quante storie fantasiose e innocenti, alimentate dai libri e dai giornali, letti lì, distese sulla cassapanca, tra la scala e la finestra aperta sugli incendi e sulle dune gialle come oro, lucenti come occhi in tempesta. Ma tu, tu avevi un amico vero. Era sempre una storia un po’ vera un po’ falsa, come le raccontano le ragazzine ai primi amori. La donna lunga e magra vestita di nero con la treccia intorno al capo che trasportava la cesta pesante in salita seguita da un uomo pallido e assente che fumava incurante, quella donna severa lo venne a sapere. Non le bastò picchiarti, ed io non so se lo fece, non le bastò sgridarti, ed io non so se lo fece. Ma urlò tutto il suo rancore e la sua rabbia in quella piccola piazza da cui, era certo, l’avrebbero sentita tutti quanti. Come potevi osare, tu, ancora una bimba, come potevi osare tu! Cercare qualcosa che lei non poteva più avere, qualcosa che forse nemmeno il marito lontano le aveva mai dato! Solo l’estate seguente venni a conoscenza dell’accaduto. Non ti fece più uscire, ed io dalla terrazza alta controllavo la tua porta, guardavo attraverso il legno fin dentro la stanza, aspettando che uscissi. Ti rividi più grande negli anni seguenti, le dita affusolate, le unghie curate delle donne che hanno tempo ed aspettano eternamente il giusto compagno. Rotonda, graziosa, gentile, non avevi nulla della donna ossuta che urlava in una pubblica piazza la disperazione di avere una figlia che qualcuno aveva forse tentato di sedurre. Non finì così. Anni dopo, la sorellina che io ricordo appena, minuta bambina dalle guance rosate che la madre aveva mandato in un collegio lontano, fu a sua volta svergognata nella stessa piazza in cui era toccato a te. Le urla furono forse più alte questa volta. Perché il peccato non era stato solo virtuale ma vero e totale: era andata via, la ragazza, con l’uomo che amava, erano scappati, chissà da chi, chissà da cosa. La ribellione e l’amore, che grande insolenza! E lei, alta, magra, ormai vedova e sola, disperata nel suo silenzio assoluto interrotto solo da rimproveri e ordini, per la seconda volta uscì in piazza a urlare, a urlare che sua figlia, lo sapessero tutti… C’era una volta, e adesso non c’è più.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004