Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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LE PORTE DEL SILENZIO 

La discesa e l’orologiaio

C’era una volta… c’era una volta una salita che non era una salita. Bastava guardarla dall’alto perché si trasformasse all’improvviso in una pericolosa e ripida discesa.

Mi dondolavo, ti dondolavi da questa discesa spaventosa. Qui da bambini ci sfuggiva tutto di mano, le pere si srotolavano dalla carta, la carne correva incontro ai cani, e noi bambini ridevamo. Quando arrivavamo a casa con le pere raccolte per strada a fatica e di corsa, tutte ammaccate e sanguinolente, raccontavamo bugie, il fruttivendolo ce le aveva date così, dicevamo. Teresina le voleva rimandare indietro, ma quando noi, tesi tra il pianto e il riso, ci rifiutavamo di andare, giurava che non ci avrebbe più mandati a comprare niente. Ecco i resti della torre campanaria. E’ rimasta così, dai tempi del terremoto, diroccata e cadente, è l’unica testimonianza dei tempi in cui arrivavano i turchi alla marina. Avvisava il popolo con i suoi cupi rintocchi in modo che si avesse il tempo di scappare e di nascondersi. La torre aveva tre campane, la grossa suonava ad ogni ora, per le feste e per avvertire che arrivavano i turchi. Adesso è come sventrata, saranno passati cent’anni ormai da quando è crollata, le macerie sono rimaste dentro, mucchi di pietra ammassata. Qui accanto c’era il negozio di tessuti di uno dei fratelli di mio nonno, questa era casa loro. Sono andati tutti via. Non saprei riconoscere le mie cugine, ricordo una ragazza che aveva la mia età, non c’è più nessuno e la casa era bella, una delle più belle. In una minuscola porticina sotto queste scale si nascondeva l’altro fratello di mio nonno. L’anziano zio era un orologiaio mite. Per anni rimase lì seduto, dietro il banco dietro la porta, gli occhi stretti intorno ad una lente attaccata a marchingegni minuscoli, le rotelle degli orologi. Non ricordo di averlo mai udito parlare, non ricordo di aver mai visto alcuno alla sua bottega, non ricordo di averlo mai visto in piedi. C’era solo la porta. Chiusa o aperta e, se era aperta, lui era là, seduto e immobile, orologiaio muto e mite, curvo su rotelline invisibili, custode di segreti persi, persi con il tempo fermo dei suoi orologi a corda. Quando il pranzo era pronto si apriva una finestrella poco poco sopra la porta della bottega. Da dietro i gerani si affacciava una donna bionda e rossa, si sporgeva leggermente, come se cercasse di vedere l’orologiaio dai candidi capelli, lo chiamava piano, poi richiudeva le imposte. Il vecchio canuto restava in silenzio, poi posava il monocolo sul tavolo e, senza farsi notare, spariva. All’improvviso la porta era chiusa.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004