Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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LE PORTE DEL SILENZIO 

La luminara

Il portone azzurrino divorato dalla pioggia e dal vento, vecchio come gli anni di tutti noi messi insieme, è spalancato come sempre. Alla base è tutto mangiucchiato, si, lo sto guardando bene, anche perché mi hanno parlato di lavori di restauro ed io avevo paura che me lo avessero portato via. Il soffitto a volta non è stato manomesso ma solo ripulito. Gli scaloni di pietra nera di basalto, su cui ingannavamo il caldo e il tempo, giocando alle pietruzze o inventandoci vite che non avevamo, sono qui, ferrei e rassicuranti. In cima a questa scalinata si aprono tre case. Le porte sono chiuse e dagli interni non proviene alcun segno di vita. Sollevo lentamente il battente di ferro arrugginito, lo lascio ricadere piano piano sul legno consumato, chiudo gli occhi e aspetto. Per una volta, per una volta ancora busso alla porta del silenzio. E aspetto. Di udire un suono o che allo scalpiccio dei passi giù per le scale segua uno scatto e la porta si apra, come sempre. Come sempre, che sia festa grande, come sempre ad ogni ritorno. Si fa festa per ogni figliol prodigo anche se solo di passaggio. Non accade nulla. Questa era la casa eterna, abitata da uomini e donne che sarebbero rimasti sempre uguali a se stessi, che mi avrebbero sempre aperto tutte le porte e mi avrebbero accolta a braccia aperte. Non accade nulla. Non un suono, non un rumore, nemmeno i tuoi passi veloci giù dalle scale. Sono venuta per sentire cosa avrei provato di fronte a questa porta chiusa ma non sento niente adesso ho tanto tempo per dare voce al vuoto della casa prendendolo dentro di me. Resto ancora, per risucchiarti con il respiro, la mano premuta contro la porta per sentire i battiti di un cuore. Ma la mia mente può varcare ogni confine. Entro, chiamata dalle vostre voci, rapita dall’ampio atrio, dal bel settimino, dalla scrivania accanto alla botola del mezzanino, dalle boccette di inchiostro e dai pennini. Alla parete il ritratto degli avi, la lampada votiva sempre accesa. Le bisnonne con il copricapo ad ala di rondine, i mariti dalle labbra strette e severe. Nel vostro mondo la vita degli uomini seguiva il ritmo naturale della luce e del buio, l’appartenenza era cosa certa, come il suo contrario. Si ringraziava Iddio ad ogni risveglio, ad ogni raggio se ne invocava la benedizione, si vegliava la notte a lume di candela, seduti intorno al braciere, la lampada ad olio e lo stoppino acceso. Questa luce nasceva da una pianta, la luminara, che veniva tramandata di figlia in figlia. Produceva il lumino, lo stoppino che, seccato al sole, si poneva poi in un bicchiere d’acqua su un filo d’olio e si accendeva davanti ai santini e alle foto dei defunti.

Appeso alla ringhiera della scala il mazzo di chiavi di ferro tenute a lucido e legate insieme con una catena di metallo. Un mazzo pesante dal tintinnio irreale per porte misteriose dietro le quali si aprivano gallerie buie profumate di grano o di olio, i catoj, i trappeti con le giare panciute, le macine di pietra che ancora cantavano ruotando.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004