Gil Botulino |
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The German
Observer |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
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| Il portone azzurrino divorato dalla pioggia e
dal vento, vecchio come gli anni di tutti noi messi insieme, è spalancato come sempre.
Alla base è tutto mangiucchiato, si, lo sto guardando bene, anche perché mi hanno
parlato di lavori di restauro ed io avevo paura che me lo avessero portato via. Il
soffitto a volta non è stato manomesso ma solo ripulito. Gli scaloni di pietra nera di
basalto, su cui ingannavamo il caldo e il tempo, giocando alle pietruzze o inventandoci
vite che non avevamo, sono qui, ferrei e rassicuranti. In cima a questa scalinata si
aprono tre case. Le porte sono chiuse e dagli interni non proviene alcun segno di vita.
Sollevo lentamente il battente di ferro arrugginito, lo lascio ricadere piano piano sul
legno consumato, chiudo gli occhi e aspetto. Per una volta, per una volta ancora busso
alla porta del silenzio. E aspetto. Di udire un suono o che allo scalpiccio dei passi giù
per le scale segua uno scatto e la porta si apra, come sempre. Come sempre, che sia festa
grande, come sempre ad ogni ritorno. Si fa festa per ogni figliol prodigo anche se solo di
passaggio. Non accade nulla. Questa era la casa eterna, abitata da uomini e donne che
sarebbero rimasti sempre uguali a se stessi, che mi avrebbero sempre aperto tutte le porte
e mi avrebbero accolta a braccia aperte. Non accade nulla. Non un suono, non un rumore,
nemmeno i tuoi passi veloci giù dalle scale. Sono venuta per sentire cosa avrei provato
di fronte a questa porta chiusa ma non sento niente adesso ho tanto tempo per dare voce al
vuoto della casa prendendolo dentro di me. Resto ancora, per risucchiarti con il respiro,
la mano premuta contro la porta per sentire i battiti di un cuore. Ma la mia mente può
varcare ogni confine. Entro, chiamata dalle vostre voci, rapita dallampio atrio, dal
bel settimino, dalla scrivania accanto alla botola del mezzanino, dalle boccette di
inchiostro e dai pennini. Alla parete il ritratto degli avi, la lampada votiva sempre
accesa. Le bisnonne con il copricapo ad ala di rondine, i mariti dalle labbra strette e
severe. Nel vostro mondo la vita degli uomini seguiva il ritmo naturale della luce e del
buio, lappartenenza era cosa certa, come il suo contrario. Si ringraziava Iddio ad
ogni risveglio, ad ogni raggio se ne invocava la benedizione, si vegliava la notte a lume
di candela, seduti intorno al braciere, la lampada ad olio e lo stoppino acceso. Questa
luce nasceva da una pianta, la luminara, che veniva tramandata di figlia in figlia.
Produceva il lumino, lo stoppino che, seccato al sole, si poneva poi in un bicchiere
dacqua su un filo dolio e si accendeva davanti ai santini e alle foto dei
defunti. Appeso alla ringhiera della scala il mazzo di chiavi di ferro tenute a lucido e legate insieme con una catena di metallo. Un mazzo pesante dal tintinnio irreale per porte misteriose dietro le quali si aprivano gallerie buie profumate di grano o di olio, i catoj, i trappeti con le giare panciute, le macine di pietra che ancora cantavano ruotando. |
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Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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