Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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LE PORTE DEL SILENZIO 

Il girotondo di Minica

Un bacio, un abbraccio, poi corro su per le scale impaziente e leggera. La terrazza mi accoglie con gli odori e il sole di sempre. Il serpentello della strada scende e sale lontano, poi si fa più vicino, si tocca con mano. Il tetto rosso della chiesa di Santa Maria è una vela che si allarga verso il basso, tesa intorno alla sua croce di ferro come fosse l’albero di una nave. Una vela spiegata al vento verso il mare profondo blu ma lontano. Intorno solo tetti e ancora tetti marroni, terrazze e dune giallastre davanti al mare. Sotto il tetto a punta della chiesa una finestra annerita, il portone di legno con la fessura socchiusa del portoncino a grandezza d’uomo. Sulla destra un muro chiude a triangolo la mezza facciata di una casa. Qui finisce la piazza, un’inferriata la chiude proteggendola dall’antica gradinata del vicolo. Un balcone e una terrazza triangolari sovrastano la piccola casa appuntita. C’era la piazza. Nella piazza c’erano i bambini. I girotondi dei bambini. C’era Domenica. Si chiamava come la nonna Minicuzza. Gironzolava tutto il giorno e ogni giorno diventava più orgogliosa per quella canzone da cantare tutti insieme. Giro giro. Veloce veloce. Domani è Domenica. Tagliamo la testa a Minica. Minica non c’è. La tagliamo al re. Il re è malato. La tagliamo ai soldati. I soldati sono in guerra. Tirituppiti. Tutti a terra. Rideva Domenica, e si buttava giù col vestitino rosa che di anno in anno diventava sempre più corto. Ancora, diceva. Ancora. Giro giro. Poi c’erano i tetti, sotto i tetti i balconi con cesti di canne per seccare i fichi e i pomodori. La gradinata scendeva stretta come un budello verso un portone verde. Di fronte una casa baronale dal tetto ora bruciato, distrutto da un incendio una notte in cui il palazzo era abitato solo da extracomunitari.

Mi giro a guardarvi, inquiete e curiose come sempre. Il tempo incalza e nonostante da anni pensi a voi come a personaggi di una fiaba vissuta in un luogo che è più radicato nella mia memoria che nella storia, nonostante vi pensi come figure d'altre epoche, sopravvissute per una strana crudeltà del destino alle fughe collettive e agli abbandoni subiti dal paese, nonostante ciò, mi impongo ancora una volta di darvi ascolto. Come quando ero bambina, però, farò solo finta di ascoltare ciò che dite e, pur fissandovi mentre parlate, continuerò a pensare ad altro, forse al mio gatto, o al girotondo di Minica.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004