Gil Botulino |
|
The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it |
||
LE PORTE DEL SILENZIO |
|
| Le tue parole riecheggiano e fanno da sfondo
al racconto ostinato con cui cercavate di incutermi il timore della vita. In questo paese
Dio era sempre al di sopra di tutto, ma al di sopra di lui e al di sopra di ogni possibile
speranza e di ogni immaginabile provvidenza, cera il destino. E quando dicevi
destino, volevi dire sempre disgrazie. Vi guardo dallalto della mia saggezza. Il peso dei libri accumulato con la laurea e il sapere dei viaggi e delle terre lontane non mi hanno insegnato niente, dal momento che continuo a sentirmi estranea ovunque e in special modo a casa mia. Cammino nella mia terra, mi affaccio da questa terrazza sognata in tempi e luoghi più soli e più estranei di questi e so che, pur amando tutto ciò, non vi appartengo. Come non appartengo più alle preghiere innalzate dalle vecchie nel coro dellave maria, ai giochi felici dei bambini e ai girotondi per me divenuti reali, in cui qualcuno, una bimba cattiva, mi rincorreva ed io ero chiusa nel cerchio e lei dietro urlava dove scappi per mare o per terra. Nella mia ingenuità ci pensai per davvero dove sarei andata per sfuggire alla sua rabbia e credo che, considerando improbabile che potesse raggiungermi in nave, le gridai per mare e, spezzato il cerchio del girotondo, mi rifugiai nellunico mare che conoscevo, il negozio di Teresina. Aver spezzato il cerchio e trovato così velocemente un rifugio sembrò negli anni assai strano a me che non capivo, spesso, se volessi fuggire per terra o per mare, da chi o da che cosa volessi fuggire e se mai avrei trovato un luogo dove restare. Ovunque andassi, ovunque mi trovassi, ciò che mi interessava era sempre altrove. Per anni nella mia vita ci furono altre sponde, una volta raggiunte mi veniva voglia di guardare oltre la collina, oltre il monte, oltre la terra, il mare. Rifugio e protezione per ogni inseguimento, il tuo regno, Teresina. Il tuo regno naufragato nel mio cuore. Teresina aveva un negozio di fronte alla chiesa. Si entrava in un locale in penombra e il bancone ad angolo girava intorno chiudendo la parte più grande del locale con una porticina di legno, bassa e marrone. La bilancia con i pesi da un lato, dallaltra i boccacci di vetro trasparente pieni di zare, le liquirizie a forma di piccoli animali. Sento ancora lodore della farina e del sale, lo zucchero e la potassa nel deposito, il filo freccia e luncinetto con cui, prima ancora di andare a scuola, imparai a lavorare. Una finestra protetta da una grata di ferro dava luce allinterno e da lì si controllavano la piazza, i giochi e le preghiere. Una famiglia tranquilla, a cui non erano mancati i segni della grazia divina. Figli, terra e lavoro. Il retrobottega era stato ricavato in una grotta naturale. Vi si accedeva scendendo due gradini. Lo immaginavo enorme. Il soffitto a volta, il buio duro, un lungo corridoio attraverso pareti di roccia umida, scatoloni dappertutto, enormi barattoli di alici salate e pericolosi scorpioni pronti a mordermi. Quando vi tornai, dopo anni, cresciuta, ma nemmeno più di tanto, credetti di essere stata imbrogliata. La grotta era piccola e bassa, le pareti di tufo non mi facevano paura e ormai la stanza era vuota. Linfanzia mi aveva ingannata. Il ricordo non aveva nulla in comune con la realtà delle cose. Anche il settimino, nella sala dingresso della casa, lo ricordavo enorme e minaccioso. Adesso che arrivo giusto con la testa allultimo cassetto, non ho più voglia di spiare per vedere cosa cè sopra. Mi sopraffà invece talvolta, la stessa sensazione che provavo allora di fronte al settimino: una sensazione strana, come se mi trovassi di fronte a qualcosa di enorme che mi sovrasta e di cui non conoscerò mai esattamente la natura. Non riesco più ad ascoltare la tua storia. Il sonno mi assale, mi sono persa nei ricordi. Non so più di quale evento narri alla mia memoria levolversi assurdo e penso non solo al mio letto di bambina, laggiù sotto le scale, ma al sogno che stasera mi porterà lontano da questo luogo a lungo rivisitato e immaginato nel delirio della lontananza, dove credo di aver vissuto cose che non so o che non ricordo. Lontano da questo luogo solo al mondo dove la vita di un altro essere può in qualche modo giustificare e spiegare la mia. Mi alzo così dalla sedia di legno e paglia, attraverso il filtro della memoria affronto le scale ripide su cui mi piaceva scivolare stando seduta e urlando come gli indiani, scendo scendo più giù, oltre la botola del mezzanino, accarezzo i minuscoli gradini ad angolo, proibiti ai bambini, su cui potevi poggiare solo mezzo piede. Presto il buio si fa spazio vuoto dentro di me. |
|
Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
|