Gil Botulino |
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The German
Observer |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
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| Notte accattivante in cui si agitano ancora le tue parole povere. Avevi un fratello, Cosimo, che non ho mai conosciuto. Se lo portò via la febbre alta, in tre giorni. Allora la penicillina si trovava solo a Catanzaro. Partirono, ma non fecero in tempo a tornare. Da allora quel lutto segnò la fine di tutte le vostre esistenze. Nella morte di un essere umano ci deve essere qualcosa di così terribile, se quelli che restano si sentiranno per sempre colpevoli, anche se hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto, per salvarlo. Il dolore, il senso di colpa vi dilaniò a tal punto che seguendo luso del tempo vi copriste di nero. Le imposte rimasero chiuse per un anno. Giovani fantasmi in età da marito, vi aggiravate nel buio della casa, quella casa così bella, private del senso del tempo, della strada, del sole, della speranza. La sorella maggiore, fidanzata e prossima alle nozze, fu abbandonata. Il maestro di un paese vicino voleva sposarla subito, ma tuo padre pretese che lanno di lutto trascorresse senza eventi. Amavo molto mio nonno. Era un contadino mite, legato alla terra e alla famiglia, un uomo antico che conosceva il timore di Dio, il rispetto della memoria e quello per le abitudini e gli usi dellepoca. Il suo senso del tempo era forte e avrei voluto ereditarlo per sapermi collocare da qualche parte nella vita, per identificarmi meglio con un luogo, un ritmo, un respiro collettivo. Mia nonna lo chiamava San Giuseppe per la sua bontà. Ti credo quando mi dici che entrò in agonia proprio il diciannove marzo, come se lo avesse chiamato per nome la nonna da tempo lontana. Per la festa di San Giuseppe si invitavano sempre tre poveri a mangiare pasta e ceci. E così faceva la nonna anche a Natale, ad ogni festa religiosa. Se ai defunti bastavano le preghiere e il Signore chiedeva per sé non il cuoio, la dura pelle per fare le scarpe, ma il dono del cuore, ai poveri bisognava dare da mangiare. Alla morte di Cosimo seguì dunque un anno senza vita, un anno senza uscire, un anno con le imposte chiuse, sei anni vestite di nero. Fu così che pagaste un prezzo incalcolabile per una morte che non potevate evitare. Tuo fratello, Andrea, interruppe gli studi, non ho capito bene se per il dolore o perché ormai, morto il primogenito, spettava a lui il compito di gestire il negozio. Fu anche questa una tristezza che durò tutta la vita. Un lutto che si trasformò in esaurimento. Non riuscì più a leggere e ricordo che, ero già grandicella, e lui ancora non poteva ascoltare la radio o guardare la tivù, non sopportava la vista di un libro, non riusciva a scrivere e, a parte la passeggiata serale verso la fontanella fuori paese, non gli restava niente. Affacciato alla terrazza al tramonto chiamava i vicini uccellacci. Sciolse anche un fidanzamento e lei si fece suora. Storie daltri tempi? Non lontani, non tanto lontani. Fu così che finì. E da allora non credo che ci sia molto da raccontare. Tre sorelle rimasero a casa ad accudire un fratello che non si riprese più. Unintera famiglia fu schiacciata dal lutto ed è come se avessero voluto tutti quanti seppellirsi vivi per un anno, non sopportando il pensiero della solitudine e del buio che avvolgevano lestinto. Era così forte lamore a quei tempi, che anche lesperienza della morte doveva essere condivisa. Accompagnata dal senso di colpa e poi dalla punizione. Imposte chiuse, abiti neri, morte e separazione. Quando mia nonna parlava di questo figlio perduto, raccontava che dopo la nascita delle due femmine, il nonno desiderava ardentemente un maschio, per poterlo chiamare come il padre. Quando nacque fecero una grande festa, tutti erano felici e contenti. Ma il piccolo Cosimo non ebbe fortuna. Alle figlie adulte e sposate, mia nonna diceva: "Non chiedete al Signore che sia maschio o femmina. Chiedetegli un bambino che piaccia a Dio e al mondo". Mi chiedo se lesperienza tragica del lutto non sia stata ripetuta quotidianamente in mille piccoli gesti, per anni, per decenni. Come quando Andrea trascorreva interi inverni nei piani bassi della casa, e non solo non apriva mai le imposte, ma addirittura infilava fogli di giornale minuziosamente piegati tra le fessure e gli stipiti della porta "per non far entrare vento". Mi chiedo se sia possibile, per tutta la vita, sacralizzare un gesto, una violenza subita, una costrizione ingiusta, una punizione, un dolore apparentemente superato, al punto da vivere solo in funzione di questo. Per realizzare quotidianamente la colpa e la condanna. Noi, i bambini della piazza, eravamo come trascinati dalla fiumara dellinfanzia. Tenuti lontani da ogni lutto con linganno surreale ed eterno del gioco, ci accontentavamo anche dei più piccoli temporali estivi che portassero frescura. Orgogliosi di non averne timore cantavamo in girotondo la canzone del gatto che frigge le uova sotto la pioggia mentre il topo si dondola incurante. Lievi lievi cadevano le gocce sulla piazza che risuonava per le nostre risate e per lo scalpiccio veloce dei passi nelle pozzanghere. Poi si posavano, trasparenti frammenti di cielo, sul gatto sul topo e sulle nostre facce sbilenche. | |
Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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