Gil Botulino |
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The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
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| Ho trascorso molto tempo seduta sul gradino,
davanti alla porta serrata nel suo silenzio. Mi svegliano dal torpore alcuni botti cupi e
profondi: la Madonna ha lasciato la chiesa e la processione ha inizio. La mia mano scivola
per lultima volta sulla porta chiusa, accarezzo il battente arrugginito, poi scendo
le scale e mi fermo sullultimo gradino, davanti al grande portone rosicchiato dagli
anni. Donne e uomini spuntano dalla curva della discesa dondolandosi sulle gambe, le
braccia penzolanti, le spalle arrotondate e curve, la testa che va su e giù come se
fossero burattini abbandonati al rullante ritmo dei tamburi, alla rotolante e ineluttabile
discesa. Appare il suonatore di tamburo accanto a unaltissima e ripida scala di
pietra e anche a questa immagine del presente allimprovviso si sovrappone il
passato, il suo doppio. Sulla scala una sposa vestita di bianco si lascia fotografare
mentre abbandona per sempre la casa paterna per emigrare con il marito verso altre terre
lontane e fiabesche. Su quella stessa scala anni dopo la giovane donna riappare, i capelli
neri raccolti dietro la nuca, a consacrare la sua vedovanza ai figli piccoli attaccati
agli abiti neri e agli anziani genitori rimasti suoi compagni fedeli. E tu, tamburino,
vieni, allontana la donna e riportami alloggi intorpidito. I confratelli ti seguono
e lo stendardo sfida la catena intricata dei fili della luce che lega una casa
allaltra da ogni lato, per ogni direzione. Ti segue lo stendardo dalla punta
ricoperta di garofani bianchi e rossi. Avanzano i confratelli e le consorelle spostando un
fianco dietro laltro. In perfetto accordo con i passi lunghi come falcate il bianco
vestito dei chierici ondeggia. Il silenzio vi prende, ma dura poco. Due uomini con i
tamburi spuntano allimprovviso dal basso. La discesa diventa salita. Scalano il
monte i tamburi, il rullante e la grancassa, i musicanti protendono la schiena in avanti,
il fiato si fa corto. Poi piano piano si fa buio. Botti, scrosci, canti, a poco a poco la
folla avanza recitando preghiere, salutando collettivamente i nuovi arrivati, cantando
festante e allegra. La folla infinita si contorce tra i vicoli che il chiarore delle
lanterne tinge di verde e blu, profumo di cera e di fumo asfissiante. Non avevo mai visto
i tuoi tanti amanti, non li avevo mai visti in faccia, contandoli uno ad uno. Osservo
questa folla festante che testimonia da decenni in ogni parte del mondo la separazione da
te, il tuo abbandono, la tua bellezza sovrana e regale. La Madonna indossa un vestito di
seta bianca e azzurra ornato da ricami doro, tralci di fiori e spighe che dai piedi
sinnalzano verso il volto, un vestito ricoperto di soldi dallorlo fino al
collo. Dollari americani e canadesi, marchi e sterline, profanano il vestito ma
simpone nuovamente la sacralità nei gesti compiuti da vecchie donne che tentennano
gradini gradini per raggiungerti. Con un bacio sfiorano il tuo vestito, poggiano un suo
lembo sulla fronte inclinata e poi vi attaccano banconote dogni dove. Quando
ristruttureranno la tua chiesa, mi chiedo come lo faranno, come sarà, dopo. Sono passati
i tempi in cui avrebbero imbiancato tutto, portando via gli stucchi, la Croce Angelica in
lettere latine. E tuttavia ho paura per i fiori di legno dorato, ho paura per la mano
sporgente dal pulpito che stringe nel pugno un crocifisso di legno. Avanti i tamburi dai
ritmi sfrenati e mediterranei, avanti la zampogna, avanti i confratelli e le consorelle.
Mi abbarbico ai tuoi piedi e resto stretta tra te e la folla che segue, in pena e attenta
che la tua corona non sfiori i fili della luce o che tu non ti ferma davanti alla vecchina
tremolante che viene a offrirti il suo denaro per sé, per suo figlio americano, per la
tua chiesa abbandonata, come quando si abbandona per sfinimento un campo di battaglia
perché la vittoria ormai non ha più senso e anche se la guerra non è persa, è perso il
mondo intero intorno a te. Accartocciati come fogli di giornale i miei pensieri seguono il
respiro della folla, mi commuovo ad un angolo buio, sulle scale di casa qualcuno
improvvisa un rinfresco, la processione si ferma, un confratello dà uno spillo a una
donna che appunta i dollari sul tuo vestito di seta, poi offrono da bere ai fedeli
incalzanti. Ed io muta pellegrina col cuore di vetro mi disseto finalmente, guardo in alto
cercando il tuo sguardo, per un attimo non sono sola con lestraneo di sempre, per un
attimo non sono straniera. Vorrei una chiesa una casa una strada, un giardino che si
estenda al mondo intero vorrei essere parte di qualcosa ed essere nel tutto un tuo
frammento. Sono qua sono tra la folla che prega sono tra la gente che incalza. Persa tra
la folla, lontana e vicina, ho portato questa terra attaccata alle suole delle scarpe,
lho portata ovunque e in nessun luogo e ovunque e in nessun luogo io ero te ed ero
niente e nessuno perché non sapevo quanta terra ci fosse nel mio cuore. A cosa pensano i bambini che vanno in processione? Vedevo solo i passi di migliaia di persone e sapevo che tra quelli alcuni appartenevano a me. Non fui mai così al sicuro, quando oltre alle scarpe riuscii a vedere anche le mille teste delle folle. Avrei voluto separarmi da te, lasciarti definitivamente alle spalle, con quellaria di decadenza e abbandono che hai sempre avuto, con quel sorriso pieno di beffarda speranza. Con te avrei potuto perdere la lotta, il destino di lotta e lalternanza tra speranza e sfinimento. Ma a determinare il nostro destino è sempre, per primo, il luogo dove si nasce, il luogo a cui si somiglia. Mettere fine alle storie di fuga e smarrimento che hanno costellato la tua strada e la mia. La tua storia non poteva che essere la storia della mia vita. Tornare, per lultima volta, a chiederti un riscatto, un miracolo, era come rompere definitivamente la catena che mi aveva legata al destino di questo paese, ovunque nel mondo, e infrangere il terribile incantesimo che mi imprigionava. Questo destino io non lo voglio più, come non lo vuoi nemmeno tu. Il mio vestito di pellegrina è logoro e le scarpe sono state consumate nel tentativo di restare ferma fuggendo lestraneità alla propria casa e al mondo. E così, tu che non sei mai diventata la mia patria, ora sei patria di altri. Fosse possibile, diventare la casa di chi non ha casa. Accogliere lesule, dopo aver mandato via il proprio figlio. |
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Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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