Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it

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LE PORTE DEL SILENZIO 

Il sacro e il profano

Ho trascorso molto tempo seduta sul gradino, davanti alla porta serrata nel suo silenzio. Mi svegliano dal torpore alcuni botti cupi e profondi: la Madonna ha lasciato la chiesa e la processione ha inizio. La mia mano scivola per l’ultima volta sulla porta chiusa, accarezzo il battente arrugginito, poi scendo le scale e mi fermo sull’ultimo gradino, davanti al grande portone rosicchiato dagli anni. Donne e uomini spuntano dalla curva della discesa dondolandosi sulle gambe, le braccia penzolanti, le spalle arrotondate e curve, la testa che va su e giù come se fossero burattini abbandonati al rullante ritmo dei tamburi, alla rotolante e ineluttabile discesa. Appare il suonatore di tamburo accanto a un’altissima e ripida scala di pietra e anche a questa immagine del presente all’improvviso si sovrappone il passato, il suo doppio. Sulla scala una sposa vestita di bianco si lascia fotografare mentre abbandona per sempre la casa paterna per emigrare con il marito verso altre terre lontane e fiabesche. Su quella stessa scala anni dopo la giovane donna riappare, i capelli neri raccolti dietro la nuca, a consacrare la sua vedovanza ai figli piccoli attaccati agli abiti neri e agli anziani genitori rimasti suoi compagni fedeli. E tu, tamburino, vieni, allontana la donna e riportami all’oggi intorpidito. I confratelli ti seguono e lo stendardo sfida la catena intricata dei fili della luce che lega una casa all’altra da ogni lato, per ogni direzione. Ti segue lo stendardo dalla punta ricoperta di garofani bianchi e rossi. Avanzano i confratelli e le consorelle spostando un fianco dietro l’altro. In perfetto accordo con i passi lunghi come falcate il bianco vestito dei chierici ondeggia. Il silenzio vi prende, ma dura poco. Due uomini con i tamburi spuntano all’improvviso dal basso. La discesa diventa salita. Scalano il monte i tamburi, il rullante e la grancassa, i musicanti protendono la schiena in avanti, il fiato si fa corto. Poi piano piano si fa buio. Botti, scrosci, canti, a poco a poco la folla avanza recitando preghiere, salutando collettivamente i nuovi arrivati, cantando festante e allegra. La folla infinita si contorce tra i vicoli che il chiarore delle lanterne tinge di verde e blu, profumo di cera e di fumo asfissiante. Non avevo mai visto i tuoi tanti amanti, non li avevo mai visti in faccia, contandoli uno ad uno. Osservo questa folla festante che testimonia da decenni in ogni parte del mondo la separazione da te, il tuo abbandono, la tua bellezza sovrana e regale. La Madonna indossa un vestito di seta bianca e azzurra ornato da ricami d’oro, tralci di fiori e spighe che dai piedi s’innalzano verso il volto, un vestito ricoperto di soldi dall’orlo fino al collo. Dollari americani e canadesi, marchi e sterline, profanano il vestito ma s’impone nuovamente la sacralità nei gesti compiuti da vecchie donne che tentennano gradini gradini per raggiungerti. Con un bacio sfiorano il tuo vestito, poggiano un suo lembo sulla fronte inclinata e poi vi attaccano banconote d’ogni dove. Quando ristruttureranno la tua chiesa, mi chiedo come lo faranno, come sarà, dopo. Sono passati i tempi in cui avrebbero imbiancato tutto, portando via gli stucchi, la Croce Angelica in lettere latine. E tuttavia ho paura per i fiori di legno dorato, ho paura per la mano sporgente dal pulpito che stringe nel pugno un crocifisso di legno. Avanti i tamburi dai ritmi sfrenati e mediterranei, avanti la zampogna, avanti i confratelli e le consorelle. Mi abbarbico ai tuoi piedi e resto stretta tra te e la folla che segue, in pena e attenta che la tua corona non sfiori i fili della luce o che tu non ti ferma davanti alla vecchina tremolante che viene a offrirti il suo denaro per sé, per suo figlio americano, per la tua chiesa abbandonata, come quando si abbandona per sfinimento un campo di battaglia perché la vittoria ormai non ha più senso e anche se la guerra non è persa, è perso il mondo intero intorno a te. Accartocciati come fogli di giornale i miei pensieri seguono il respiro della folla, mi commuovo ad un angolo buio, sulle scale di casa qualcuno improvvisa un rinfresco, la processione si ferma, un confratello dà uno spillo a una donna che appunta i dollari sul tuo vestito di seta, poi offrono da bere ai fedeli incalzanti. Ed io muta pellegrina col cuore di vetro mi disseto finalmente, guardo in alto cercando il tuo sguardo, per un attimo non sono sola con l’estraneo di sempre, per un attimo non sono straniera. Vorrei una chiesa una casa una strada, un giardino che si estenda al mondo intero vorrei essere parte di qualcosa ed essere nel tutto un tuo frammento. Sono qua sono tra la folla che prega sono tra la gente che incalza. Persa tra la folla, lontana e vicina, ho portato questa terra attaccata alle suole delle scarpe, l’ho portata ovunque e in nessun luogo e ovunque e in nessun luogo io ero te ed ero niente e nessuno perché non sapevo quanta terra ci fosse nel mio cuore.

A cosa pensano i bambini che vanno in processione? Vedevo solo i passi di migliaia di persone e sapevo che tra quelli alcuni appartenevano a me. Non fui mai così al sicuro, quando oltre alle scarpe riuscii a vedere anche le mille teste delle folle.

Avrei voluto separarmi da te, lasciarti definitivamente alle spalle, con quell’aria di decadenza e abbandono che hai sempre avuto, con quel sorriso pieno di beffarda speranza. Con te avrei potuto perdere la lotta, il destino di lotta e l’alternanza tra speranza e sfinimento. Ma a determinare il nostro destino è sempre, per primo, il luogo dove si nasce, il luogo a cui si somiglia. Mettere fine alle storie di fuga e smarrimento che hanno costellato la tua strada e la mia. La tua storia non poteva che essere la storia della mia vita. Tornare, per l’ultima volta, a chiederti un riscatto, un miracolo, era come rompere definitivamente la catena che mi aveva legata al destino di questo paese, ovunque nel mondo, e infrangere il terribile incantesimo che mi imprigionava. Questo destino io non lo voglio più, come non lo vuoi nemmeno tu. Il mio vestito di pellegrina è logoro e le scarpe sono state consumate nel tentativo di restare ferma fuggendo l’estraneità alla propria casa e al mondo.

E così, tu che non sei mai diventata la mia patria, ora sei patria di altri. Fosse possibile, diventare la casa di chi non ha casa. Accogliere l’esule, dopo aver mandato via il proprio figlio.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004