Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

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LE PORTE DEL SILENZIO 

I kurdi di San Domenico

Calpestando i miei pensieri e i ricordi la processione continua. Ci avviciniamo alla Chiesa di San Domenico. Le campane suonano a festa per accogliere i pellegrini preceduti dal piffero e dalla zampogna, altri a loro volta sono come rincorsi dal rullante e dai tamburi. La chiesa è immersa nel buio e la luce che proviene dall’interno è accecante, rende la facciata quasi spettrale staccandola completamente da ciò che la circonda. Anche l’ampia scalinata è illuminata solo per metà e il vecchio calvario a cinque croci racchiuso dentro un minuscolo spazio ovale sovrastato da un tettuccio a punta si colora di rosa e verdino. Lo spazio vuoto dentro la chiesa è immenso. Le banconote sventolano ai nastri attaccati all’abito della statua e un nastro nuovo e vuoto spunta da sotto i tanti già pieni. La Chiesa di San Domenico ci appare battuta e affranta. La sua bellezza è come naufraga nel mare del tempo. L’organo antico, le canne dentro la custodia di legno blu e oro, i suoni misteriosi che ormai si possono solo sognare. La volta bianca ha grandi lesioni, un altare laterale è scomparso. Questa chiesa, costruita nella parte più alta del paese per celebrare la vittoria dei cristiani sui musulmani, rovinata dal tempo e dall’incuria, è oggi divenuta il simbolo di tolleranza e di pace. E’ qui che si è festeggiato l’arrivo del nuovo anno con i kurdi. Qui si sono aperte le danze e si è fatto festa, qui ricominciava la vita, la nuova vita a Badolato. Il paese, messo provocatoriamente in vendita nel 1986, si accorgeva di avere ancora una speranza nell’accoglienza e nel confronto con un’altra cultura, con un esilio e un’emigrazione che fanno da specchio alla sua stessa storia.

Si accendono ora le fiaccole e la gente s’immerge in un riverbero di luci e di fumo. La fiaccolata si divide in due file, donne uomini e bambini, le confraternite e l’instancabile ostinato pifferaio col suo magico seguito. La notte scintillante, la gente venuta come me da lontano. Una donna racconta di non aver visto questa processione da trentacinque anni e di essere venuta dall’Australia. Di nuovo i tamburi precedono la processione annunciandola, seguono le confraternite con gli stendardi, due pastori si attaccano alla zampogna e al piffero, non appena i tamburi tacciono. Il pifferaio magico si inarca verso il cielo mentre i piatti e la zampogna corrono dietro i tamburi. Il ritmo è sempre lo stesso, festoso e caldo, i ritornelli accompagnati dalla mimica facciale i muscoli tesi e le vene delle mani gonfie, la fronte scavata dalla rughe e dal sole. Mi trascina questa frenesia nell’euforia della festa e mi afferra, finalmente, il senso del gruppo, della comunità, del cerchio. Un girotondo nuovo dietro un musicista che suona e cammina e accompagna il ritmo con tutto il corpo teso, le vene gonfie il fiato sputato con forza dalla gabbia ampia dei polmoni nella stretta canna del piffero agitato e vivo come un serpente. Il pifferaio muove la testa e le mani avanti e indietro, i gomiti lontani dai fianchi, la camicia a quadri gonfia e madida di sudore. La pelle brunastra bruciata dal sole scavata dai solchi delle rughe gli zigomi alti da vecchio satiro, i sopraccigli increspati e folti come cespugli. Si piega sulle ginocchia, ondeggia inclinando le spalle prima su un fianco poi sull’altro come se segnasse nell’aria un movimento rotondo e armonioso. Il suonatore di zampogna abbraccia il suo strumento come se stringesse a sé un corpo di donna in un ballo lento e appassionato, muovendosi come in un cerchio di passi predestinati del tutto in sintonia con la sua natura. Si avvicina il tamburino al pifferaio magico e lo stringe col suo strumento cercando di stargli dietro. E’ una corsa caotica e festosa un correre e rincorrersi di musiche luci colpi botti voci e tuttavia i movimenti sembrano ordinati, studiata l’improvvisazione. Questa musica arcaica, tramandata nel corso di chissà quanti secoli da una generazione di pastori all’altra, sembra legata agli antichi riti delle urla dei banditori, quando di casa in casa si passava ad avvertire la gente forse chissà dell’arrivo dei turchi alla marina. All’improvviso le strade si stringono, i tamburi battenti si stringono in un ritmo sfrenato poi tacciono e quando attaccano la zampogna e il piffero tutto lì intorno tace. Il pifferaio ha il viso paonazzo per il freddo e per il vino, alza il suo strumento verso il cielo e si scatena, si contorce, diventa ancora più rosso, il piffero è il suo corpo che canta. Il ritmo diventa maestoso e solenne, si volge al cielo e alle stelle al grano alla pioggia alle nuvole sorelle. La processione raggiunge il suo culmine in un amplesso mistico tra l’uomo e il creato e solo a quest’ultimo la musica si rivolge, al creato e a nient’altro. Il suono stridente e orgiastico si unisce alla voce del cosmo, l’uomo fa parte della terra e del cielo, le sue narici sono sensori aperti sul respiro del mondo. Le torce bruciano i muri e bagnano le strade di colori che non appartengono a questo mondo.

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004