Gil Botulino |
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The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it |
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LE PORTE DEL SILENZIO |
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| Anchio canto e rido e scherzo e prego e
infine sono tornata ad essere una di voi, australiani, americani, italiani del nord, gente
esule in altre terre che mai avrebbe immaginato un giorno di dover dare ospitalità ad
altri esuli, ad altri poveri della terra senza terra. La erre arrotolata del dialetto,
ripeto a qualcuno rorehru, arbalorehru si dice solo qua. Non voglio più andare via. Ma
credo finalmente di aver capito che tu non andrai mai via da me. Ti porterò lontano, dove
potrò raccontare la storia di una statua di donna dal vestito ricoperto di denaro, il cui
respiro si confonde col respiro della folla, portata così in alto che sembra quasi
sfiorare i fili della luce, così in alto che i vicoli sembrano stringersi verso di lei
come se volessero abbracciarla. Racconterò la storia di una terra costretta
allabbandono ma capace di accogliere lesule e offrirgli il giaciglio del
figlio lontano. La rete delle strade è come riprodotta nellaria dai fili elettrici
sospesi fra il cielo e le case, una ragnatela che a poco a poco mi avviluppa e mi stringe
strappandomi al dono dei ricordi, delle voci lontane. Terra senza estraneità né
straniamento, terra antica dellappartenenza e dellidentità. Siamo arrivati infine alla tua casa. La Chiesa dellImmacolata è illuminata a giorno. Bianca come una perla custodita dal buio tenero del cielo. Le luci delle fiaccole fendono laria e segnano il cammino sfavillanti e tremule. Sedute tra i banchi, le donne non sono più le stesse della processione. Quelle, abbigliate nelle maniere più diverse, minigonne, tailleur, abiti attillati e scollati, sono come scomparse, divorate dalla notte bruciante e fumosa. "Sei lo splendore del paradiso.. ogni cuore a te saffida o maria donna divina ". Cantano qui le vecchie, le eterne vecchie di chiesa dalla testa coperta di panno nero "Siam peccatori siam figli tuoi maria damore prega per noi " Cantano lattaccamento delle generazioni ai riti e la loro proiezione nel futuro. "O maria col tuo bel figlio a me il tuo cuore o maria rosa adorata fosti tutta incoronata o maria rosa adorata siam peccatori siam figli tuoi o maria madre damore tu sei rosa fiammeggiante " Mi rimetto in cammino. Come sempre, come ogni giorno, è giunto il tempo della partenza. Ripercorro la strada in salita fino alla cinta muraria. Mura diroccate, la porta daccesso al paese, le poche cose salvate alla rovina e alla distruzione dal caso. In un catoju, un antico magazzino, si raduna della gente intorno ai tavoli. Entro. Unultima sorpresa in questa serata di magie, un ristorante - museo in una grotta. Le pareti bianche sembrano cosparse di calce, tanto è grosso e grezzo lintonaco. Sui muri, appesi ai chiodi o appena appoggiati, vecchi attrezzi di lavoro dei contadini. Un monopattino ricavato da un tavolaccio sul quale sono state inchiodate le ruote. Sull'arcata di una porta ferri di cavallo arrugginiti attaccati ai chiodi. Una donna racconta di feste di compleanni e piatti caserecci. Un improbabile piatto a base di montone. Frittelle di zucca, spezzatino pasta e ceci. Il ricavato alla parrocchia. Per il restauro. A un museo non ci pensa nessuno? Bicchieri di plastica e lunghi tavoli come quelli vecchi della scuola. Provvisorietà. Improvvisazione. Come siamo lontani dal lustro del ristorante kurdo. Odore di frittelle di zucca e non solo. Vecchie foto attaccate alla parete. Una pedaliera da telaio appesa al muro coi suoi fili e le dita ciondolanti. La maìda dove si faceva il pane, la rosola per togliere dalla maìda la pasta di pane appiccicata sul fondo, il crivo, la lanterna, largano per tirare lacqua, il tappo di legno della giarra dellolio, il cardo per filare e cardare il lino, la menzalora scomparsa unità di misura della farina. Mi allontano in silenzio, mentre tutti gli altri restano ancora a guardare i fuochi dartificio. Li vedrò da lontano, dal Girone, da Mingiano. Andando via odo i primi botti. Poi mi fermo, al sicuro, lontana da tutto il fragore. Scintillanti stelle colorate cadono sulla campagna che brucia. Frammenti di luci dal cielo toccano la terra e la incendiano in piccoli e grandi cerchi. Mi sembra ancora di sentire la zampogna e il piffero lanciare suoni stridenti verso il cielo infiammato. O maria madre damore tu sei rosa fiammeggiante Rosa. Rosa fiammeggiante. La notte e il serpente della strada si confondono nella mia mente. Vado. Ma anchio sono tornata ad essere parte di questa terra. Sono un bambino perso tra i vicoli di Badolato. Il volto rotondo di una giovane donna che chiude le imposte di una finestra verde. La vecchia con il capo coperto. Il gatto. La piazza. Il girotondo. La pietruzza nelle tue mani. La bambina davanti al settimino. Teresina che mi insegna a lavorare alluncinetto. La camera da letto profumata. La terrazza. I gradini piccoli e triangolari del mezzanino. Gesù Bambino portato di casa in casa a Natale. Sono una figurina del mio primo libro, quello con le storie degli angeli e del diavolo, gli angeli paffuti, la bambina rosa che me lo diede e la sua terrazza pericolante e sola. Io sono. Lorologiaio. Il sarto. Il vecchio Taddeo gobbo e curvo rincorso dai bambini. Una statua portata a spalla nella notte seguita da migliaia di fedeli. Lemigrato che torna a piangere il tuo abbandono. Lo straniero che compra le tue case e le ristruttura. Un profugo. Un poeta. La merenda di pane con sale olio e menta. Il dolce di vinocotto cannella e arancia. Ancora lorologiaio. Il nonno che gira i pollici seduto sulla sedia di paglia. Mio fratello il bambino biondo che infrange i divieti e si perde fra le case alluvionate. Sono letizia dalle tante madri. Sono giuditta dalle mille patrie. Sono. Il castello distrutto, violentato, alcova di fantasmi che girano ancora fra queste strade, disperati perché non trovano più la loro casa. Il castello di Badolato. Il castello dei kurdi. Il castello degli emigrati. Il castello dei fantasmi. Sono un condottiero che si aggira folle fra queste strade, sanguinante per la ferita di un parcheggio vergognoso. Sono un giovane di mondo x chiuso nel tuo convento degli angeli. Sono un angelo e porto il pane cotto nel forno profondo e nero del convento. Lo porto in paese di casa in casa e la gente spalanca le porte la gente dice si agli angeli. Sono il profugo sporco bagnato di mare senza casa senza terra senza cibo e tu mi offri un rifugio mi accogli mi ascolti ed io resto ed io me ne vado liberato da un crudo pegno damore e di morte, lestraneità, la muta sopravvivenza. Sono la casa dei nonni sono la casa le scale il portone la terrazza la cucina di pietra divelta la gatta nascosta la nonna che muore. Sono linnumerevole folla, gli amanti usciti da case che hanno chiuso per sempre. Anche loro vanno via. Erano qui, come me, per una notte. Per una notte sola si fa festa alle porte del silenzio. |
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Francesca
Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000 |
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