Gil Botulino

The German Observer
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LE PORTE DEL SILENZIO 

L'incantato paese delle propria anima

Una sorta di «Ritorno a Kandahar» del nostro Meridione, ancora ad opera di una giornalista-donna, con una serie di testi di difficile classificazione, sospesi tra realtà e sogno, visione e memoria, presentati da Rino Tripodi

di Rino Tripodi

Badolato è un paese di collina, in provincia di Catanzaro, abitato da poche centinaia di persone. Renate Siebert, sociologa dell’Università della Calabria, ce lo presenta così:

«Paese di montagna, paese svuotato dall’emigrazione, paese emblema di una Calabria sconvolta in passato tanto da catastrofi naturali quanto da violenti processi di sfruttamento e di migrazioni. […] Badolato si erge in collina di fronte al mare Ionio, a poche centinaia di metri sul livello del mare, ai piedi delle Serre. La sua nascita risale intorno alla prima metà del X secolo, come borgo con evidenti scopi difensivi di cui sono testimoni la cinta muraria e il castello del XII secolo che fungeva da punto di avvistamento contro le invasioni dei Saraceni o dei Turchi, che afflissero la Calabria per tutto l’alto Medioevo. Del castello, tuttavia, oggi non rimane quasi più niente. Nel tempo Badolato divenne un importante punto di riferimento per le zone circostanti, innanzitutto come fulcro della religiosità. Era frequentato da Basiliani, Francescani e Domenicani che costituirono le loro confraternite. Chiese, conventi e numerosi palazzi gentilizi testimoniano un passato fiorente. Il borgo antico toccò il suo apice produttivo nella prima metà del ’900, sia sul piano agricolo che zootecnico. Nel 1951 Badolato contava 5100 abitanti. L’economia si reggeva sull’artigianato, la lavorazione del cuoio, del legno, della seta, del lino e della lana e sull’allevamento dei suini per l’autoconsumo. Il declino, tuttavia, iniziò nell’immediato dopoguerra. Il territorio del 1947 e, più ancora, l’alluvione del 1951 spingevano molti ad emigrare. La costruzione del primo nucleo di case popolari a Badolato marina e successive costruzioni a valle con le rimesse degli emigrati, svuotarono ulteriormente l’antico borgo. Attualmente Badolato marina conta 5000 abitanti, mentre la popolazione di Badolato superiore si è ridotta a 600 persone».

Un piccolo paese, due grandi iniziative
Negli ultimi anni esso è balzato agli onori delle cronache nazionali in almeno due occasioni.
La prima nel 1986, quando:

«L’allora amministrazione comunale promosse la provocatoria campagna “Badolato-paese in vendita”, cercando di attirare turisti italiani e stranieri per investire nella ristrutturazione delle case. Alcune case del paese, in effetti, furono acquistate da forestieri che regolarmente ritornano per le vacanze. Stranieri per di più dal nord d’Europa. Un tenue, eppure tangibile legame con un futuro che si auspica e si teme “multiculturale”».

La seconda nel 1997:

«Proprio a Natale, il 27 dicembre, giungono dal mare più di 800 profughi kurdi, uomini, donne, bambini stremati e in fuga da un genocidio che non si dice, lasciati alla deriva sull’Ararat, una vecchia e malmessa nave di oltre sessanta metri che si infrange sulla costa sottostante. E Badolato risponde: mette a disposizione un primo centro di accoglienza nella scuola media abbandonata del vecchio borgo, si preoccupa della ricongiunzione delle famiglie smembrate tra vari centri di accoglienza della zona (prima dell’Ararat erano arrivate altre navi e dopo ne arriveranno ancora), propone di alloggiare gli esuli kurdi nelle case abbandonate del centro storico. In un consiglio comunale aperto al pubblico il sindaco Gerardo Mannello chiede “un minimo” di consenso, e riceve “il massimo”: “Abbiamo chiesto 20 case, sono arrivate 200”, racconta l’assessore, Anna Laganà. Per rispettare un certo equilibrio con la popolazione residente si decide di sistemare 20 famiglie. Il comune appronta le case, e poi, in collaborazione con i vari enti e le varie istituzioni, integra i bambini nelle scuole, fa una campagna di vaccinazioni, instaura un corso di lingua italiana e di lingua inglese per kurdi e residenti. Così, quel Capodanno, kurdi e badolatesi ballano insieme nell’antica chiesa di S. Domenico. Gli uni festeggiano il Ramadam, gli altri il Capodanno, musiche orientali ed occidentali si mescolano».

Diciassette testi per Badolato
È questo singolare luogo il protagonista de «Le porte del silenzio», un bel titolo per un agile volumetto della giornalista Francesca Viscone («Postfazione» di Renate Siebert, La Mongolfiera Editrice Alternativa, Doria di Cassano Jonio, pp. 96, euro 6,00), stampato con il patrocinio dell’Anfe (Associazione nazionale famiglie degli emigrati, sede provinciale di Vibo Valentia). Titolo che trova poetica esplicazione in alcuni passi:

«Ho trascorso molto tempo seduta sul gradino, davanti alla porta serrata nel suo silenzio».
(da «Il sacro e il profano»)

«Appeso alla ringhiera della scala il mazzo di chiavi di ferro tenute a lucido e legate insieme da una catena di metallo. Un mazzo pesante dal tintinnio irreale per porte misteriose dietro le quali si aprivano gallerie buie profumate di grano o di olio, i catoj, i trappeti con le giare panciute, le macine di pietra che ancora cantavano ruotando».
(da «La luminara»)

L’opera nel complesso raccoglie diciassette testi, ciascuno con un proprio titolo – secondo la Siebert «associazioni, ricordi, annotazioni stimolati da un ritorno a Badolato, paese d’infanzia» dell’autrice, «una pausa che consente alla protagonista di stare in intimo rapporto con se stessa, di far dialogare le voci del passato con quelle del presente» –, arricchiti da una serie di preziose foto su alcuni aspetti del patrimonio artistico e della vita di Badolato.
Si tratta di un libro difficile da definire, tra saggio sociologico, resoconto giornalistico, memoria autobiografica, narrativa, addirittura lirismo poetico (si legga tutto l’ultimo testo, il bellissimo «Festa»), in cui si susseguono ricordi infantili, considerazioni e riflessioni, eventi recenti, descrizioni, visioni al limite dell’onirismo. Una trama fluidissima: delicatissime vibrazioni dell’animo che si depositano sulla pagina come preziose tessere di un mosaico o come finissimi, incommensurabili pulviscoli luminosi.
La letteratura meridionale (e meridionalista) è ricca di scritti sospesi tra sociologia e narrativa (due per tutti: il celebre «Cristo si è fermato a Eboli» di Carlo Levi e «Sud e magia» di Ernesto De Martino), testi forse nati solo per descrivere, analizzare, far conoscere o denunciare l’arcaicità e la miseria del Sud e che, invece, forse per l’amore che naturalmente rapisce gli autori, si trasformano in opere poetiche, pur non essendo in versi.
È il caso anche della Viscone, che trasfigura il proprio ritorno a Badolato in una sorta di lirico «Ritorno a Kandahar», di rivisitazione, dunque, di una realtà che ormai non è più la stessa, travolta dalla modernità e dal consumismo, e, soprattutto, dallo spietato scorrere del tempo, delle stagioni, che tutto trascinano con sé, anche la memoria del nostro passato.

Sradicamento e ancestrale senso di appartenenza
Questa sensazione di perdita irrimediabile avvolge tutto il volume, talvolta affiorando prepotentemente:

«Il peso dei libri accumulato con la laurea e il sapere dei viaggi e delle terre lontane non mi hanno insegnato niente, dal momento che continuo a sentirmi estranea ovunque e in special modo a casa mia. Cammino nella mia terra, mi affaccio da questa terrazza sognata in tempi e luoghi più soli e più estranei di questi e so che, pur amando tutto ciò, non vi appartengo […] L’infanzia mi aveva ingannata. Il ricordo non aveva nulla in comune con la realtà delle cose».
(da «Il regno di Teresina»)

«Qualcuno mi chiede chi sono. Nessuno più ricorda mio nonno. È andato via anche lui, pur non essendosi mai mosso da qui».
(da «Don Lario di Santa Caterina»)

Tuttavia lo sradicamento si accompagna ad un ancestrale senso di appartenenza, invincibile:

«Mi giro a guardarvi, inquiete e curiose come sempre. Il tempo incalza e nonostante da anni pensi a voi come a personaggi di una fiaba vissuta in un luogo che è più radicato nella mia memoria che nella storia, nonostante vi pensi come figure d’altre epoche, sopravvissute per una strana crudeltà del destino alle fughe collettive e agli abbandoni subiti dal paese, nonostante ciò, mi impongo ancora una volta di darvi ascolto».
(da «Il girotondo di Minica»)

Questa ambivalenza è dovuta alla forza della memoria, ma anche ai valori primigeni:
«Per la festa di San Giuseppe si invitavano sempre tre poveri a mangiare pasta e ceci. E così faceva la nonna anche a Natale, ad ogni festa religiosa. Se ai defunti bastavano le preghiere e il Signore chiedeva per sé non il cuoio, la dura pelle per fare le scarpe, ma il dono del cuore, ai poveri bisognava dare da mangiare».
(da «Pasta e ceci e San Giuseppe»)

Alla forza arcaica dei riti religiosi:

«Il ritmo diventa maestoso e solenne, si volge al cielo e alle stelle al grano alla pioggia alle nuvole sorelle. La processione raggiunge il suo culmine in un amplesso mistico tra l’uomo e il creato e solo a quest’ultimo la musica si rivolge, al creato e a nient’altro. Il suono stridente e orgiastico si unisce alla voce del cosmo, l’uomo fa parte della terra e del cielo, le sue narici sono sensori aperti sul respiro del mondo. Le torce bruciano i muri e bagnano le strade di colori che non appartengono a questo mondo».
(da «I curdi di San Domenico»)

«La nonna, le ginocchia nude e insanguinate, la fronte madida e il volto contratto dalla fatica e dal dolore, accompagnata da familiari e da amici, lungo la petta degli Angeli per grazia ricevuta. Un estremo atto di umiltà, una ritualità d’altri tempi, che dava all’uomo però una possibilità di dialogo con il divino».
(da «Il castello sopra il fosso»)

«In questo paese Dio era sempre al di sopra di tutto, ma al di sopra di lui e al di sopra di ogni possibile speranza e di ogni immaginabile provvidenza, c’era il destino. E quando dicevi destino, volevi dire sempre disgrazie».
(da «Il regno di Teresina»)

All’umanità presente ancora nel nostro Mezzogiorno:

«Per anni rimase lì seduto, dietro il banco dietro la porta, gli occhi stretti intorno ad una lente attaccata a marchingegni minuscoli, le rotelle degli orologi. Non ricordo di averlo mai udito parlare, non ricordo di aver mai visto alcuno alla sua bottega, non ricordo di averlo mai visto in piedi. C’era solo la porta. Chiusa o aperta e, se era aperta, lui era là, seduto e immobile, orologiaio muto e mite, curvo su rotelline invisibili, custodi di segreti persi, persi con il tempo fermo dei suoi orologi a corda. Quando il pranzo era pronto si apriva una finestrella poco poco sopra la porta della bottega. Da dietro i gerani si affacciava una donna bionda e rossa, si sporgeva leggermente, come se cercasse di vedere l’orologiaio dai candidi capelli, lo chiamava piano, poi chiudeva le imposte. Il vecchio canuto restava in silenzio, poi posava il monocolo sul tavolo e, senza farsi notare, spariva. All’improvviso la porta era chiusa».
(da «La discesa e l’orologiaio»)

«Un giardino che si estenda al mondo intero»
Opera malinconica, sospesa, incantata, eppure né nostalgica né priva di spirali di speranza, di apertura al futuro. «Sono più forti i sentimenti della solidarietà, della speranza, della meraviglia» dice la Siebert. Il libro «tocca questioni di rilevanza particolare se ci vogliamo mettere in una prospettiva mediterranea di un’Europa a venire, meno etnocentrica e meno ricca, tutta ancora da inventare».
Così, speriamo che la danza comune a Badolato di calabresi e curdi, che ha commosso la Viscone, divenga nel futuro la danza comune di tutti i popoli, nel segno della pace, della giustizia, della solidarietà:

«Vorrei una chiesa una casa una strada, un giardino che si estenda al mondo intero vorrei essere parte di qualcosa ed essere nel tutto un tuo frammento. Sono qua sono tra la folla che prega sono tra la gente che incalza. Persa tra la folla, lontana e vicina, ho portato questa terra attaccata alle suole delle scarpe, l’ho portata ovunque e in nessun luogo e ovunque e in nessun luogo io ero te ed ero niente e nessuno perché non sapevo quanta terra ci fosse nel mio cuore».
(da «Il sacro e il profano»)

Rino Tripodi, www.scriptamanent.net, ?

Francesca Viscone, Le porte del silenzio, La Mongolfiera editrice alternativa, 2000
e-book, Gil Botulino, dicembre 2004