Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it

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IL SENSO DEI LUOGHI 

I luoghi doppi della costa jonica

lX. Badolato

1. I luoghi doppi della costa jonica

Il viaggio prende le mosse, questa volta, dalle «boscose Serre». Si scende verso il mare jonio, verso Soverato, lungo la provinciale che attraversa Chiaravalle Centrale, Argusto, Gagliato, lungo una delle tante strade tortuose che dai monti ti fanno improvvisa- mente precipitare dentro il mare. Non sono disposto a farmi irretire dalla bellezza del paesaggio, non posso essere distratto da quell'inenarrabile succedersi di monti, colline e distese marine, da quelle linee colorate che vanno dal verde dei boschi al giallo oro dei pendii infuocati, al blu denso e profondo dello jonio. Ricordo questi luoghi d'inverno, di ben altro aspetto e colore, completamente innevati, bianchi e luminosi.

Fisso lo sguardo nel punto dove la strada che stiamo percorrendo la provinciale che scende dalle Serre, va incontro alla statale jonica 116. In prossimità di questo importante incrocio - qui sembrano abbracciarsi una vecchia e una nuova Calabria - sorgono nuove abitazioni, un ipermercato, un concessionario pieno di automobili, negozi di generi alimentari, un self-service dal sapore americano, dove si fermano camionisti stanchi e turisti nottambuli per bere l'ultima birra e comprare l'ultimo pacchetto di sigarette della giornata. Guardo il confondersi, il sovrapporsi, l'accavallarsi di strade, ponti, cavalcavia, linee ferrate. Questo luogo abbracciato dall'alto mi ricorda le immagini di viaggio di qualche film americano, o, se preferite, sembra l'inquadratura di un film di Wenders. Questa visione di Calabria arriva come una cartolina emblematica di una terra in movimento o, come direbbe il regista tedesco, di un «falso movimento».

«Moderni si nasce, non si diventa», ha scritto Jeans Baudrillard (1987, p. 62). La modernità totale, radicale, è possibile soltanto nei luoghi come l'America, senza passato, senza storia. L'Europa, con la pesantezza della sua storia, non sarà mai, fino in fondo, moderna. In questo luogo della Calabria la storia c'è stata, ma è una storia spesso lontana, quasi inafferrabile, che spesso ha lasciato tracce soltanto nei sogni e nelle nostalgie dei locali. Una lunga, insanabile frattura esiste, almeno lungo le marine, tra la «Calabria classica» e la Calabria dalle spiagge desolate e abbandonate.

Luoghi come questi, quasi disabitati fino a cinquant'anni fa, si presentano con la sfrontata, perduta verginità dei luoghi senza storia. Dentro questi luoghi, qualcuno dice non-luoghi, più che nei paesi dell'interno, è possibile pensare, scorgere, progettare una sorta di modernità, di surmodernità. Se la modernità americana è nata nei deserti, la Calabria moderna, la nuova Calabria, almeno quella urbanistica, sembra essere nata in zone fino a poco tempo fa deserte e desolate. Lungo le marine calabresi (ma non solo lungo le coste), un tempo malariche e mortali, tutto è nuovo. Tutto appare nuovo: l'ambiente, il paesaggio, le case, le strade, gli agglomerati. I rapporti economici, le relazioni sociali, gli scambi culturali avvengono tra individui provenienti da paesi diversi e lontani, tra persone arrivate da località storicamente distanti e separate.

In centri costieri come Soverato, nuova appare la lingua (un nuovo dialetto, o un italiano con un nuovo accento), prodotto di un singolare incontro di parlate diverse. Nei nuovi paesi, sorti di recente sul Tirreno e sullo jonio, si costruisce più che nei paesi dell'interno, ci si muove di più, si avviano nuovi traffici e nuove attività commerciali, si creano imprese, si aprono negozi, bar, pizzerie, discoteche, si tentano moderne iniziative culturali. La stanchezza, l'indifferenza, la solitudine, le lamentele, che caratterizzano la vita degli abitanti dei paesi interni, sempre più abbandonati e disgregati, nei nuovi paesi costieri sembrano avvertirsi di meno.

Il viaggiatore che li attraversa, è attirato, talvolta impressionato, dalle file di case tutte uguali, dalle piazze e dalle chiese quasi identiche, e potrà pensare con un po' di fantasia alla «frontiera» americana. Le lunghe teorie di strade-paesi delle coste joniche, i nuovi agglomerati nati come doppi dei paesi interni, ricordano le interminabili rotabili della provincia americana. Mi guardo bene intorno: sono in una sorta di «nuova frontiera» calabrese. Una nuova frontiera disordinata, incompiuta, fatta di cemento inutilmente sprecato, di scempi edilizi, di devastazioni, spesso di interessi 'ndranghetisti, ma sempre una nuova frontiera, animata da tante speranze, almeno nel momento in cui nasceva.

Le cento «Paris-Texas» o «Venice-California» qui si chiamano Soverato Marina, Marina di Davoli, S. Andrea jonio Marina, Isca Marina, Badolato Marina, S. Caterina dello jonio Marina, Guardavalle Marina, Monasterace Marina, Riace Marina, Caulonia Marina, Roccella jonica, Marina di Gioiosa jonica, Siderno, Locri, Ardore Marina, Bovalino, e poi Bianco, S. llario Marina, Africo, Brancalcone. Lungo le marine si è verificata la ricostruzione e la reinvenzione dei paesi dell'interno. Più volte ho pensato a questi' posti come a una sorta di non-luogo, di luoghi senz'anima e senza identità, ma molte volte, poi, mi accorgo che anche questi posti anonimi tendono ad affermarsi come luoghi. Per molti versi sembrerebbero i paesi dell'interno, sempre più vuoti, i veri non-luoghi della Calabria, ridotti ad ombre, a spazi vuoti, a crogiuolo di case disabitate.

A pochi chilometri da Soverato, superata una teoria di centri costieri costruiti di recente, tutti simili e con un'improbabile fantasia urbanistica, doppi degli antichi paesi-presepe dell'interno, la statale 106 ti propone la strada che da Badolato marina conduce a Badolato superiore. Dopo molte curve che tagliano una campagna gialla e assolata, dolcemente degradante verso il mare, l'antico paese ti appare inatteso, improvviso come un fantasma, inconfondibile con le sue case, i suoi palazzi, le sue chiese, i suoi vicoli che si attorcigliano a una collina e si tengono stretti come per paura di essere trasportati via da qualche malefica entità.

Anche Badolato, borgo medievale (nato, quasi certamente, per volere di Roberto il Guiscardo intorno al 1080, ma anche da queste parti sono presenti insediamenti di epoca bizantina e anche dell'età antica e. quasi sicuramente, di epoca preistorica) di struggente bellezza, dagli inconfondibili lineamenti paesaggistici ed architettonici, è un altro paese metafora dell'abbandono, della rovina, della fuga, delle speranze di tutta la Calabria, dell'intero Mezzogiorno. Lo spopolamento di Badolato viene fatto iniziare con l'alluvione dell'ottobre 1951, la stessa che provoca l'abbandono di Africo, di Amendolea, di Brancalcone, di Nardodipace, di Ragonà. Anche qui, come in altri luoghi, il trasferimento non avviene improvvisamente. Vi era già qualche tendenza a scendere. Il terremoto del 1947 aveva già spinto alcune famiglie a spostarsi lungo la marina. La consegna delle prime case popolari pro-terremotati avviene in tempi rapidi. Il primo bambino nasce a Badolato Marina il 19 novembre 1947.

Anche a Badolato, come in altri paesi disposti sulle colline in prossimità del mare colpiti dalla furia devastatrice delle acque (Isca, S. Andrea, anch'essi oggi in abbandono), viene ricordata la visita di Alcide De Gasperi. Erano passati cinque mesi dalla terribile alluvione e il capo dei governo viene da queste parti con qualcosa di concreto in mano. È un viaggio segnato da molte tensioni. La Calabria sta vivendo il dopo alluvione, ma anche una stagione di scioperi a rovescio (molti esempi arrivano proprio da Badolato), di lotte per la terra e di forti scontri politici. Sono in molti a ricordare la consegna, alla marina, in presenza di una folla speranzosa e di qualche voce di protesta, di De Gasperi al sindaco dei primi 78 alloggi costruiti con una celerità di cui l'Italia non avrebbe facilmente saputo in seguito dare prova (Squillacioti 1995, p. 19). La cronaca e la leggenda vogliono che in quel viaggio invitasse contadini e braccianti a studiare le lingue straniere e a cercare lavoro altrove, in Svizzera, in Germania, nelle città del Nord Italia, nel Canada, in Australia. Questo episodio, amplificato, ripetuto, rinnovato anche in quei posti dove De Gasperi non c'è stato, viene reso nitido e leggibile come un mito, più preciso e più vero della realtà. Il viaggio del capo del governo oggi, abituati ad anni di attese e di incompiutezze, rivela una sensibilità e una lealtà che non avrebbero avuto le classi dirigenti dei decenni successivi. Appare una sorta di mito dell'abbandono dell'antico borgo e, nello stesso ternpo, di rifondazione della comunità lungo la costa e all'estero.

Vincenzo Squillacioti, studioso di storia locale, direttore e animatore di «La Radice», una delle più riuscite riviste di comunità (trimestrale che esce ormai dal 30 aprile 1994), mi racconta, in un incontro dei febbraio 1999, come in realtà il tarlo della fuga e dell'abbandono fosse preesistente all'alluvione e come non costituisca altro che un pretesto per portare a compimento, per dare legittimità, a un processo di mobilità già in corso. Prima della guerra Badolato si presenta come un centro abbastanza aperto e vitale, un punto di riferimento importante per l'intera area. Squillacioti ricorda che a Badolato, nel periodo di massimo splendore, c'erano quindici mulini ad acqua, diciannove frantoi per la spremitura delle olive, in paese e nelle campagne. C'erano ben novantaquattro palmenti per la pigiatura dell'uva nelle campagne e altri undici in paese e, ancora, quindici carri agricoli, circa cento asini per trasporto delle merci, quattrocento maiali.

L'emigrazione di fine Ottocento e quella successiva alla seconda guerra mondiale avevano innescato elementi di mobilità e di modernità nel paese. Squillacioti racconta:

Sembrava impensabile che questo borgo si potesse avviare a morte lenta, ma in realtà è successo che, come la bomba atomica ha svegliato il Giappone, la seconda guerra mondiale ha svegliato tanti borghi del sud, compreso Badolato. Sono passati i soldati americani e i badolatesi hanno visto come si viveva nel resto del mondo e si sono svegliati. Non è bastata loro più la condizione di vita che conducevano fino a quegli anni, hanno cominciato ad andare via e questa è stata la prima vera motivazione dell'emigrazione dei badolatesi. Poi abbiamo avuto il terremoto dei 1947 che ha dato un primo scossone a questo paese, ma anche a Isca, infine il colpo mortale lo ha dato l'alluvione del 1951.

Un'altra ragione profonda dello spopolamento di Badolato e di altri borghi vicini è data dalla prossimità alla fascia costiera, che ha facilitato e reso possibile lo spostamento. Mentre molti centri interni, pur conoscendo l'esodo, non si spostano, Badolato ha avuto la «fortuna» di avere un territorio di circa tre chilometri lungo la costa e quindi ha potuto realizzare una sorta di «trasloco interno». C'era la marina, c'era la linea ferroviaria, c'era il mare, c'era la statale 106 e quindi, ricorda Squillacioti, «anche noi badolatesi siamo scappati dal nostro borgo, quindi possiamo trovare le motivazioni storiche e politiche, ma siamo responsabili anche noi dell'abbandono».

L'abbandono del borgo antico determina, dagli anni sessanta agli anni novanta, la nascita di tre o quattro Badolato. Alla fine dello scorso secolo il borgo vecchio ha circa 650 persone, nel 1951 ve n' erano circa 4450. A Badolato Marina vivono adesso oltre 2000 persone ed è, mi spiega il professore, un centro che comincia a dare buoni risultati sul piano della crescita civile e culturale; e poi ancora abbiamo «la Badolato in Svizzera dove vi sono circa 700 badolatesi, e abbiamo un'altra Badolato a Rho in provincia di Milano, di oltre 500 persone». Ma una piccola Badolato c'è anche a Buenos Aires. La dilatazione e la proliferazione di Badolato comportano un declino progressivo dell'antico borgo. Alla fine degli anni settanta il paese è noto per la sua bellezza e per il suo costante degrado. Le vecchie abitazioni, gli antichi e ricchi palazzi, le chiese, cominciano a deteriorarsi. Molte case restano completamente vuote. Anche chi conserva la casa a Badolato vive in marina o all'estero.

Comincia allora la mia frequentazione del vecchio borgo. Raggiungevo quasi quotidianamente il paese con amici di Catanzaro e altri colleghi dell'Accademia di Belle Arti, e le gradinate della chiesa di S. Domenico o la scalinata e le piazzette che affacciavano sul mare, soddisfacevano in parte la nostra voglia di evasione. Questo pellegrinaggio in un paese in abbandono non aveva le motivazioni profonde, politiche, culturali, dell'andare a Nardodipace o in altri centri dell'interno. Badolato era lì a due passi, vicino al mare, facilmente raggiungibile, accogliente, bello da vedere. Quelle nostre visite - ero spesso in compagnia di Peppe Fazio, docente di storia dell'arte, palermitano, uno dei più raffinati e sofferti intellettuali che abbia mai conosciuto e con cui ho condiviso lungamente, di un altro caro amico Bruno Fabrizi, architetto, anche lui docente all'Accademia, di Franco Ferlaino, amico e studioso di Nocera Terinese, che in quegli anni insegnava a Catanzaro, di uno studente del luogo, Domenico Bressi - nascevano, forse, da qualche recondita motivazione decadente, quasi estetizzante. Mi compiacevo di quelle case e di quei palazzi, mi commuovevo alla vista dei tre pini alla sinistra della chiesa di S. Domenico, e continuavo a domandarmi come mai la gente se ne fosse andata da Badolato, come mai avesse scelto quelle case piuttosto brutte e anonime, magari più comode, lungo la marina, come mai avesse rinunciato a una vista che era unica.

Provavamo ad elencare le possibili ragioni di una scelta tutto sommato non traumatica: comodità, servizi, vicinanza al posto di lavoro, alle scuole, ai centri commerciali. Ma la risposta che allora ci davamo con Peppe Fazio e con Bruno Fabrizi era che no, non c'era nessuna vera, concreta ragione per lasciare un angolo di storia e di bellezza e scendere in un posto tutto sommato brutto. Dicevamo che era il mito della comodità, dei consumi, della moda a determinare spesso l'abbandono dei paesi interni.

Forse, Badolato superiore veniva soltanto considerato vecchio, desueto, legato a condizioni di miseria, a brutti ricordi e tutto ciò era sufficiente per scegliere un altro posto. So bene che non è sempre la bellezza dei posti (o delle persone) a condizionare le scelte. Insomma, per ragioni note e comprensibili e per altre meno comprensibili, Badolato andava morendo come comunità e a noi non restava altro che dichiararle fedeltà, anche a dispetto di tanti suoi abitanti che se ne erano andati, e sognare, magari, l'acquisto di una casa in quei luoghi, che ormai, si diceva, sarebbe stata regalata. Immaginavamo come riempire quelle case disabitate che un tempo avevano accolto famiglie di dieci-dodici persone, ipotizzavamo come potessero essere assemblate e recuperate tenendo conto delle esigenze di oggi, come potessero essere riscaldate, diventare più spaziose. Un giorno scrissi da qualche parte: «Se in queste case dei nostri paesi dell'interno non arrivano delle popolazioni straniere, magari dall'Africa, i paesi si svuoteranno». Eravamo lontani da crolli di muri, da aperture di frontiere, eravamo ancora, tutto sommato, paese che esportava emigranti. Tempo fa, qualche amico che ricordava la mia fantasia mi disse: «Certo hai immaginato l'arrivo dei Curdi». Non avevo immaginato, in verità, nulla, avevo dato parole soltanto a un sogno confuso. 

Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004