Gil Botulino

The German Observer
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IL SENSO DEI LUOGHI 

Un paese in vendita

2. Un paese in vendita

La verità è che i badolatesi, quelli rimasti e quelli della marina, quelli che tornavano d'estate e quelli soltanto di origine, se lo ponevano, e come, il problema dell'abbandono del paese, dello spopolamento e della rovina dell'abitato. Tanti probabilmente se ne sentivano responsabili e qualcuno pensava che, forse, sarebbe stato meglio restare nel centro storico anziché scendere alla marina. E tutti, comunque, volevano un maggiore e più intenso legame tra le due Badolato e questo presupponeva che la Badolato uno, dove si seppellivano i morti, a cui veniva riconosciuta la sacralità nelle feste, rimanesse in vita, che qualcuno la tenesse in vita. Le visite dei forestieri e il riconoscimento della bellezza dell'abitato e della lunga storia del paese in qualche modo contribuivano ad accentuare una sorta di nostalgia del luogo perduto o abbandonato, ad alimentare sogni di rinascita di cui, comunque, tutti volevano sentirsi partecipi.

La sveglia la diede, un giorno della primavera dei 1986, Domenico Lanciano, allora giovane operatore culturale, bibliotecario, appassionato di storia locale, attaccato al proprio paese. Lo slogan con cui egli riassunse la voglia di non lasciare andare in rovina il paese fu «mettiamo Badolato in vendita». Era uno slogan efficace; per una di quelle magie della comunicazione, venne fatto proprio da qualche amministratore comunale, fece ben presto il giro d'Italia, venne ripreso dai giornali, dalla televisione. Nacquero i soliti dibattiti e le inevitabili prese di posizione. Non è facile mediare, distinguere, non schierarsi, bisogna essere con l'uno o con l'altro partito, giacobino o sanfedista, tradizionalista o modernista, altrimenti sei cooptato o assegnato di ufficio. Quello slogan interessò o incuriosì qualche agente immobiliare, qualche società alberghiera o di costruttori, italiana. giapponese, che avevano in mente di investire come già era stato fatto in altri centri storici italiani in abbandono, recuperati al turismo e riconvertiti in case di ricconi. Ma chi aveva davvero interesse ad investire a Badolato? E per fare cosa? Quella forma di provocazione, fatta non senza argomenti e buone ragioni, da un giovane che vedeva il proprio paese all'ultimo stadio di una lunga agonia, venne anche usata strumentalmente all'esterno e all'interno.

Qualcosa suonava stonato, debbo dire, nell'uso che di quel grido di salvezza venne fatto su molta stampa locale e nazionale. Non tanto per la sostanza, quanto per la forma che, in una terra che troppe volte è stata venduta ed è stata svenduta, poi costituisce sostanza. Rimasi male come se improvvisamente qualcuno di famiglia, di nascosto e a mia insaputa, avesse deciso di vendere la casa paterna. Che potevo farci? Amavo Badolato. Vi avevo portato nel tempo amici, qualche donna amata, colleghi, era stato un itinerario privilegiato delle mie peregrinazioni calabresi. Avevo diversi amici a Badolato, nel vecchio abitato. Mi precipitai lì con Sharo Gambino, scendendo dalle Serre, in preda a una strana preoccupazione. Trovammo una popolazione animosa ed animata. La provocazione aveva colto nel segno. La gente si rendeva conto che bisognava fare qualcosa. Tutti discutevano. Mi spostavo dalla chiesa di S. Andrea Avellino a quella del Rosario, dalla chiesa di S. Caterina al palazzo gentilizio dei Paparo. Riguardavo le casupole chiuse e abbandonate, i vicoli e il selciato, i balconi e le finestre sul mare. Andai a controllare i miei tre pini, poi mi affacciai verso il mare. Tutto era lì, come sempre, non era stato toccato, nulla. Capii definitivamente che non si può mantenere un rapporto estetizzante ed edulcorato con il paese degli altri. Sono gli altri a decidere del proprio paese. Allo stesso tempo, però, affermai, con convinzione, che tutti potevamo e dovevamo sentirci di Badolato. Scrissi, per «Calabria», la rivista dei Consiglio Regionale, diretta allora da Salvatore Santagata, che non è bello parlare di vendita di un paese e che, comunque, anche se si vendessero le case, non si potrebbero cancellare le trame di sentimenti, le storie, le emozioni, i dolori, gli affetti che quelle case e quelle pietre hanno accolto (Teti 1987a, p. 66).

Qualcuno pensò di contattare operatori turistici, costruttori, imprenditori. Qualcun altro individuò e segnalò palazzi da recuperare per iniziative turistiche e culturali. Squillacioti ricorda che la provocazione di Mimmo Lanciano, pure tanto criticata, era «veramente nobile perché poneva l'accento sull'esigenza che un popolo non deve sparire, ed io ho scritto che la morte è brutta comunque, anche se muoiono le pietre». Una provocazione non senza risultati.

«Non abbiamo venduto niente perché il paese non poteva essere venduto. In realtà sono arrivate a Badolato, secondo un calcolo fatto nel 1995, ottanta famiglie provenienti dalla Svizzera, dall'Austria, dalla Germania, da Napoli, da Milano: hanno comprato casa. Vi sono a Badolato superiore 80 case comprate da gente venuta da fuori e restaurate nel modo migliore, perché è gente molto attenta alle tradizioni culturali e alla conservazione dell'architettura urbana del paese». La proposta del paese in vendita riusciva ad intercettare la domanda di molti forestieri in cerca di luoghi dove passare le vacanze, cadeva bene nel momento in cui l'idea del turismo culturale e quella dello sviluppo sostenibile si andavano affermando.

Badolato superiore conosceva una maggiore mobilità e gli abitanti acquisivano una nuova consapevolezza del loro tesoro trascurato e abbandonato. Naturalmente questo non autorizzava speranze nel ritorno degli antichi abitanti o dei loro discendenti. Squillacioti e le altre persone incontrate hanno le idee molto chiare al riguardo: i badolatesi non hanno alcuna intenzione o possibilità di tornare.

Il paese restava un bell'oggetto del desiderio da visitare in estate, da segnalare negli itinerari turistici, paese dove acquistare e ristrutturare una casa, luogo da valorizzare per la sua storia e i suoi monumenti (ossessione per i tanti studiosi che nel centro storico organizzavano importanti manifestazioni culturali), luogo di ritorno in occasione della Settimana Santa e di altre ricorrenze; ma ha continuato, tra la metà degli anni ottanta e quella degli anni novanta, a svuotarsi. Le persone rimaste e quelle andate via, che ritornavano di tanto in tanto, si trovano in una comunità sempre più degradata, desolata, quasi irriconoscibile. A Badolato superiore, dice il professore, non si «vive molto purtroppo, si vegeta e anche i nostri sforzi di associazioni culturali rimangono sforzi vani in mancanza di un progetto politico e culturale degli enti pubblici».

Negli ultimi tempi, inimmaginabile, improvvisa, una speranza, quasi un segnale, un suggerimento, è arrivata da lontano, da luoghi impensabili e da storie sconosciute. È giunta dal mare.

Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004