Gil Botulino

The German Observer
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IL SENSO DEI LUOGHI 

L'ultima incursione turchesca e il primo sbarco dei curdi

3. L'ultima incursione turchesca e il primo sbarco dei curdi

Il 14 agosto del 1815 Domenico Dominianni, mentre era intento ad innaffiare alcuni terreni, probabilmente aranceti od orti, nella marina di Sant'Andrea, a pochi passi dalla marina dove sorge Badolato due, veniva catturato da alcuni «barbari» (Valente 1973a, p. 340). Termina con questa azione predatoria il lungo ed interminabile elenco delle incursioni barbaresche, quella teoria di devastazioni, ruberie, incendi, che non risparmiò nessun centro lungo le coste calabresi o in prossimità di esse. Si chiude, dopo secoli, una vicenda che ha segnato profondamente la vita, la mentalità, l'organizzazione dello spazio, le forme produttive, le strategie difensive delle popolazioni. Non erano mancate nel tempo (soprattutto nel Seicento, durante la dominazione spagnola e l'oppressione baronale) anche fughe con i turcheschi, compiute da persone che si sentivano oppresse e perseguitate dai potenti di turno. Se molti fuggivano in montagna e venivano chiamati «briganti», altri fuggivano per mare e venivano chiamati «rinnegati». E tuttavia fonti scritte, canti, leggende, tradizioni orali, modi di dire attestano la grande angoscia e il grande terrore per gli invasori. Non si è mai riflettuto abbastanza sul fatto che anche il senso della territorialità, il fenomeno degli spostamenti interni, le modalità dell'abbandono, vanno messi in relazione non soltanto con le catastrofi naturali, ma anche con queste storie di devastazione e con un rischio sempre latente e permanente.

Dagli anni settanta dell'Ottocento ai primi anni dei Novecento e poi, a partire dagli anni cinquanta, dalla Calabria fuggono centinaia di migliaia di persone. La fuga diventa la condizione antropologica dei calabresi. Dai paesi interni lungo la costa, da Badolato, da Sant'Andrea, da Isca partono centinaia e centinaia di persone per tutti i posti del mondo, dove creano mille doppi del luogo d'origine. L'emigrazione, la fuga di massa, la rivoluzione silenziosa, ci aiutano a ripensare anche in termini diversi il senso di appartenenza, quanto esso fosse frutto di scelta e di necessità.

Un giorno grigio di inverno, il 26 dicembre del 1997, lungo la costa di S. Caterina e di Badolato approda, dopo un lungo viaggio, una carretta carica di profughi, esattamente 835 curdi, 658 uomini, 104 bambini, 73 donne, provenienti dalla Turchia, dall'Iran e dall'Iraq, ma anche di altre etnie e nazionalità. Per uno di quei paradossi che la storia ci consegna di tanto in tanto, il primo grande sbarco di profughi che chiedono accoglienza e salvezza, uno sbarco dal grande impatto emotivo e divenuto un evento mediatico mondiale, si verifica in quello che era stato il luogo dell'ultima invasione turchesca in Calabria e il luogo da dove, nel tempo, erano partite migliaia e migliaia di persone. Una terra di invasioni stava diventando una terra a cui chiedere asilo ed ospitalità, una terra in fuga diventava una terra che accoglieva fuggiaschi. Quello dell'Ararat era il sesto sbarco di profughi (in prevalenza curdi, ma anche angolesi e pakistani) che, a partire da quello iniziale del maggio 1997 in territorio Guardavalle, andava segnando diversamente dal passato le marine dello jonio (Botricello, Monasterace, Riace, Badolato, S. Caterina, e poi Crotone). Prima dell'arrivo dell'Ararat erano già scesi lungo quelle coste già 1477 esuli ed erranti, tra uomini, donne e bambini.

Le immagini delle televisioni di tutto il mondo riprendono e portano nelle case quei corpi ammassati, come di bestie, quegli uomini con i volti stanchi e la barba lunga che fanno con la mano il segno della vittoria, quelle donne con le vesti lunghe e il volto semicoperto con in braccio o in mano bambini spaventati e insieme sorridenti. Riportano anche, le immagini della televisione, la generosa accoglienza delle persone dei luogo. Alcuni amici mi hanno raccontato che era davvero commovente vedere le persone fare a gara per portare vestiti per coprire i nuovi arrivati, per dare loro cibo. Scattava, come avviene nei casi di necessità e di bisogno, quel sentimento di solidarietà e di pietas delle popolazioni calabresi che, quando non viene inquinato da operazioni strumentali, costituisce uno dei tratti antropologici più belli ed avvincenti.

Soprattutto con l'arrivo dell'Ararat, scattava anche un'idea, una scintilla, una «pensata» che inizialmente doveva apparire come una possibilità di rinascita della vecchia Badolato. Quelle case vuote, disabitate, ma ancora dotate di mobili e di servizi, con i proprietari sparsi chissà dove, non potevano diventare le abitazioni, almeno temporanee, di quelle persone ormai senza tetto, alla ricerca di un destino migliore che, per caso, sembrava cominciare in un luogo che probabilmente non avevano nemmeno sentito nominare?

La speranza, diciamo pure una scossa, una sveglia, in maniera imprevedibile, sembrava arrivare dal mare, come è accaduto altre volte per la Calabria (si pensi ai coloni del periodo magno greco, ai Santi italo-greci della Calabria bizantina, agli albanesi che ripopolano, soprattutto nel XV secolo, paesi abbandonati dell'interno). I profughi inizialmente sembrano ridare senso a quelle case abbandonate, restituiscono continuità a vite sospese e spezzate, prolungano i desideri di quanti quelle case hanno lasciato per cercare altrove una vita migliore. Sulla nave Ararat sembrano essersi imbarcati non solo i sogni dei curdi, ma anche quelli degli abitanti di Badolato.

Daniela Trapasso è una giovane diplomata di Badolato, la cui vita viene certamente cambiata dall'arrivo dei curdi. Anche lei si prodiga in iniziative di accoglienza ed assistenza. Poi diviene delegata dei Comitato Italiano Rifugiati, un ente morale sorto sotto l'egida dell'Onu. Nell'incontro che si svolge nel febbraio del 1999, in una casa adibita a sede del Cir, mi racconta con grande entusiasmo e passione, come fa anche con numerosi giornalisti e curiosi che arrivano da tutte le parti del mondo, quella che, pure in una cornice dolorosa e drammatica, si presenta quasi come una moderna favola. All'arrivo dei curdi, dopo le iniziali e spontanee manifestazioni di solidarietà da parte delle popolazioni, si pensa subito a forme di sostegno più durature, più concrete ed istituzionalizzate. L'amministrazione comunale di Badolato dà subito la disponibilità per l'allestimento in una scuola del primo centro di accoglienza, dove vengono ospitate circa 350 persone, inizialmente soltanto uomini. Si cerca poi di dare loro una sistemazione più dignitosa, anche nel periodo dell'attesa, e si pensa di ricomporre le famiglie che erano state divise tra Badolato e Soverato. L'idea dell'amministrazione, ricorda Daniela Trapasso, è stata quella di mettere a disposizione alcune case disabitate. Vengono rintracciati i proprietari, sparsi in varie parti del mondo, si ottiene la loro disponibilità per la concessione temporanea della loro abitazione, previe garanzie e anche un compenso. Alcune vecchie case in rovina e abbandonate vengono sistemate rapidamente alla meglio e rese abitabili (sono fornite di acqua, corrente elettrica, bombole a gas, televisori). Si ottengono e vengono assegnati venti alloggi. La precedenza viene data alle donne incinte, anziane e a famiglie con bambini.

Daniela ricorda come le persone di Badolato, in generale, abbiano accolto i curdi con grande cordialità. La gente capiva che si trovava davanti a persone che fuggivano per motivi politici o per bisogno e non ha avuto paura. La frequentazione ha favorito una certa integrazione. La comune appartenenza mediterranea, spesse volte rimossa, altre volte enfatizzata, di rado considerata come dato da cui partire per costruire un «mare di pace», è servita a favorire il dialogo. Storie simili di fuga e di erranza sono state utili ad avvicinare le persone. La cucina - anche quella inventata all'insegna del mito della tipicità - rappresenta nello stesso tempo una soglia di lontananza ma anche d'incontro e vicinanza tra i popoli. I curdi apprezzano i peperoncini calabresi perché, come dicono con linguaggio del luogo, «vrusciano», sono piccanti, e richiedono carne. Le donne dei paese hanno subito incominciato spontaneamente a preparare e a cucinare i propri piatti tradizionali, quasi sempre piccanti, che portano nelle abitazioni dei loro vicini. I curdi amano i cibi molto salati e non di rado camminano con sacchetti di sale in tasca per dare sapore ai piatti locali. L'incontro nelle case per offerte e scambi alimentari è diventato incontro nei bar e nelle strade dove bambini curdi e del luogo giocano insieme, parlando la lingua magica dei bambini di tutto il mondo. Non si pensi però a una situazione idilliaca: non bisogna cedere alla retorica. Inizialmente anche tra gli esuli, appartenenti a diversi gruppi etnici, si sono verificate situazioni di conflitto. In occasione del Ramadan vi sono state tensioni tra musulmani e gruppi appartenenti ad altre religioni (cristiani copti, cristiani caldei).

All'epoca del nostro incontro a Badolato vivevano circa 40 persone, ma il numero arrivava fino a 60, altre erano state sistemate in centri vicini come Soverato, Lametia, Gagliato e si pensava - ricorda Daniela Trapasso - a un «inserimento lavorativo, tenendo conto anche delle esigenze dei giovani calabresi, anch'essi in cerca di occupazione, quindi si cerca di fare le cose insieme per una reale integrazione, senza preferire né l'uno, né l'altro». Gli altri che erano sbarcati con l'Ararat sono lentamente partiti per la Germania, la loro vera America, dove risiedevano già molti familiari e dove alcuni di essi si erano già recati per cercare lavoro.

Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004