Gil Botulino |
|
The German
Observer |
responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it |
||
IL SENSO DEI LUOGHI |
La speranza e l'illusione |
4. La speranza e l'illusione I paesi calabresi, lo abbiamo visto, per una serie di coincidenze, per la forza della realtà, per la peculiarità degli eventi, per essere stati luogo di osservazione, per l'attenzione dei media, sono diventati spesso, oltre che luoghi geografici (spesso peraltro male identificati), luoghi leggendari, luoghi simbolo e metafore. E spesso le immagini e le metafore, frutto di complesse operazioni di sguardi, talvolta di malintesi, sovrastano, cancellano, distorcono la realtà. Ne amplificano alcuni aspetti, ne sottovalutano altri. Badolato diventa, dopo l'arrivo dei curdi, da paese bello e suggestivo metafora dell'abbandono, paese della rinascita e della resurrezione grazie all'arrivo di genti che venivano da fuori, grazie all'accoglienza che ricevono, grazie al ripopolamento che, accompagnato da piccole attività produttive, artigianali, commerciali, potrebbe essere tentato. Badolato diventa luogo di pellegrinaggio: arrivano giornalisti, cineoperatori, fotografi, registi, operatori culturali, persone impegnate nel campo del volontariato, curiosi. Si organizzano incontri e convegni. Ricordo una bellissima festa e un appassionato dibattito che mi coinvolgono fortemente, in occasione del primo «Badolato Borgo Festival», una delle più interessanti iniziative che nascono in quel periodo, con l'entusiasmo dei giovani del Cir, gli abitanti del vecchio paese, gli emigrati tornati, i tanti turisti che si recano a visitare quello che allora veniva chiamato, con un misto di simpatia e di speranza, Curdolato (o Kordolato). Ricordo in particolare la voce, lo sguardo, l'entusiasmo di Dino Frisullo, che per la causa dei curdi è stato anche nel carcere di massima sicurezza di Diyar-barikir, dopo aver partecipato ai festeggiamenti per il Nawroz. Era venuto la prima volta nel luglio dei 1998 a S. Ilario, in occasione di uno sbarco di curdi. Si era innamorato subito di questi luoghi, amava la magia di Badolato, ascoltava i badolatesi e i curdi, che lo chiamavano yolda, compagno di viaggio, come ricorda con partecipazione Daniela Trapasso (2003, pp. 23-4). È un caldo pomeriggio d'estate, lo scenario è quello splendido della piazzetta dell'Immacolata, in fondo al borgo vecchio, una balconata da dove si scorge calmissimo e intenso lo Jonio. Frisullo vedeva nell'accoglienza degli abitanti di Badolato superiore un modello rispetto all'atteggiamento di rifiuto prevalente in altri posti, scorgeva un segno di speranza per noi e per gli altri. Questi incontri diventano, in quel periodo, laboratorio di idee, di progetti, di speranza. Vengono avviati progetti di recupero. Vengono offerti posti letto nelle case a turisti che nel frattempo hanno letto su tutti i giornali e visto in tante immagini le case, i palazzi, le chiese di Badolato e quei curdi camminare tra la gente. Badolato sembra rivivere. I badolatesi un po' alimentano queste speranze, un po' capiscono che questa dei curdi è anche un'occasione. Questo clima di vivacità e di vitalità permane, nonostante le prime difficoltà. Sono tornato tante altre volte a Badolato, in varie occasioni, a partire dal 1999. Un giorno dell'estate 2000 in compagnia di Vinicio Leonetti, giornalista che ha seguito per conto della «Gazzetta del Sud», con grande puntualità e partecipazione le vicende dei primi sbarchi e della sistemazione dei curdi, con Felicia, mia moglie, e con Stefano, il mio bambino di appena un anno (meglio abituarlo agli incontri multiculturali, pensavo) attendiamo Daniela in una piccola stanza al piano terra del Municipio, un antico palazzo restaurato, lungo la strada principale, dove si trova adesso la sede dei Cir. Daniela parla, instancabile e appassionata, con un gruppo di sei-sette curdi che la circondano e la incalzano con domande, come se fossero impegnati in un ballo di propiziazione. Parla in inglese, a volte a gesti, altre volte in un colorito linguaggio inventato in pochi mesi dai vecchi e nuovi abitanti di Badolato. Daniela ascolta e risponde alle loro richieste sui permessi di soggiorno, sul mancato arrivo dei soldi previsti per i rifugiati, sulla possibilità di svolgere qualche attività momentanea, su chi può dare loro un passaggio per scendere al mare, sull'organizzazione di un concerto di un cantante curdo-iracheno che verrà da queste parti. I curdi ascoltano in silenzio, fanno domande brevi e dirette, parlano con la discrezione di chi conosce il valore dell'accoglienza. Ascoltiamo i discorsi tra Daniela e i curdi, seduti in un angolo; altri due visitatori, biondi e inconfondibilmente stranieri, seguono e riprendono la scena con una videocamera che si passano di tanto in tanto. Per un attimo vengo preso da una sorta di sgomento. Ancora pochi anni fa, in alcune località calabresi, noti villaggi e club esclusivi offrivano, nei loro carnet, sole, mare, cibi buoni e visite organizzate con «contadini calabresi», indicati come elemento di esotismo vacanziero. Ho avuto il timore che i curdi venissero trasformati in nuovi primitivi e selvaggi abitatori di una terra consegnata a nuove forme di alterità e di lontanza. Per fortuna i due giovani sono stati spinti qui da altre intenzioni e passioni. Il ragazzo è un curdo che studia in Austria: è venuto con la sua compagna a passare qualche giorno di vacanza in una terra che non conosceva, prima che ci arrivassero i suoi fratelli; è venuto a documentare la loro situazione. Più tardi vedremo i due giovani chiacchierare assieme a ragazzi curdi nel bar del paese, seduti attorno a un tavolo su cui fanno bella mostra numerose lattine di birra e di Coca-Cola (nei bar e in qualche bottega di alimentari è possibile pagare, potenza della mondializzazione, in dollari, marchi, yen). I curdi, in quel periodo, passano il tempo in una sorta di sospensione e di «attesa». Attendono un visto per la Germania, un lavoro dignitoso che potrebbe incoraggiarli a restare, i soldi mai assegnati dal governo italiano per il loro stato di rifugiati politici (agli adulti spettano per tre mesi circa 25 000 lire al giorno, ai bambini 6000 lire). Le parole che i curdi hanno imparato più in fretta sono «domani», «dopodomani», «poi», con riferimento ai ritardi burocratici del nostro governo. Qui «domani» ha, ancora una volta, il sapore della beffa. I gruppi dirigenti locali e nazionali hanno esasperato ed amplificato e snaturato il senso della «lentezza mediterranea»; e «domani» può significare domani, tra un anno, mai, come attesta una storia regionale di promesse mai mantenute, di opere pubbliche incompiute, di piani regolatori sempre modificati e mai divenuti operanti, di posti di lavoro promessi e puntualmente inattesi. Daniela Trapasso spinge per iniziative concrete, per un inserimento reale di quelli che intendono restare. Qualcuno fa delle scommesse. A dare segni di speranza sono, tra gli altri, cinque giovani curdi che nel cuore dell'antico abitato, in un vicolo ripido e tortuoso intestato a Cesare Battisti, dentro un grande basso disabitato e risistemato alla meglio, hanno aperto il ristorante curdo «Ararat», dove vengono cucinati, come nei luoghi di origine, spiedini di carne di vitello (ma anche di maiale, per i turisti), ortaggi, peperoni e altri piatti della tradizione curda. Il locale, arredato con gusto, ha un'eleganza sobria e raccolta, un aspetto accogliente e invitante. I cinque giovani che ci accolgono spiacenti di non essere, per il momento, aperti anche di giorno, ci dicono che contano molto sul contributo dei molti turisti che affollano le spiagge vicine. Hanno l'aria di chi fa sul serio ed ha intenzione di farcela. Altri curdi progettano insieme ai locali l'apertura di una fabbrica tessile e di un negozio di ceramica. Queste ed altre iniziative fanno parte di un progetto «Pro Badolato» che vede impegnati diversi soggetti. il Comune, il Cric, la cooperativa di Lamezia Terme «Non solo Mare», il Forum Civico di Basilea, l'associazione «Longomai» francese, a cui si unisce per iniziative culturali l'associazione «La Radice». Il progetto ha l'ambizione di creare attività di lavoro volte all'integrazione dei rifugiati a Badolato. Si tratta di attività in cui avrebbero trovato impiego sia i giovani del vecchio paese sia i rifugiati. Arrivano soldi europei: circa quattrocento milioni. Si avviano iniziative che suscitano qualche speranza, ma intanto quasi tutti i profughi, nell'attesa del «domani», passano il tempo nelle strade, parlano tra loro, cantano la nostalgia della terra lasciata o della terra sognata con il saz, il loro strumento musicale tradizionale, un liuto a manico lungo diffuso nel mediterraneo, che accompagna i loro balli e che oggi viene, adoperato dai gruppi curdi che rivisitano in chiave moderna la musica tradizionale. Nella sede del Comitato curdo, in una scuola del paese, dove hanno installato la Parabonica, guardano molta televisione, soprattutto Med TV, una rete televisiva mesopotamica. Nei bar giocano assieme ai locali a briscola, con le carte napoletane, che sono diventate subito familiari. I giovani dicono che a Badolato «signorina non c'è» e che ogni giorno «kaput», ogni giorno ha luogo un funerale in un paese abitato prevalentemente da persone anziane. E queste espressioni danno il senso della loro delusione, ma anche della condizione melanconica in cui versa Badolato. Su un giornale scrivo queste considerazioni, segnalo il rischio che la lunga attesa faccia nascere contrasti ed affermare un clima di «malinteso» tra uguali e diversi in questa situazione di attesa. I curdi sono fuggiti vendendo tutto, con una certa disponibilità di denaro (il viaggio degli adulti è costato mediamente 5-6 milioni di lire, quello dei bambini 4-5 milioni), hanno qualifiche professionali e tecniche (molti lavoravano come tessili, autisti, idraulici, ingegneri), si sentono non valorizzati, non riconosciuti nelle loro competenze acquisite nella terra d'origine. E qualche locale comincia a considerarli oziosi, desiderosi di ottenere assistenza, non disponibili a lavorare. Nel frattempo si verificano altri sbarchi. Subentra, come sempre, l'abitudine. Daniela, sempre instancabile e fiduciosa, rivela nel tempo qualche dubbio. Anche la sua speranza che Badolato rinasca attraverso i curdi si scontra con i ritardi della burocrazia, l'assuefazione che si va affermando, la difficoltà a creare posti di lavoro. Ci vorrebbe l'impegno di tutti, dice, ma si capisce che qualcosa comincia a non andare. L'idillio comincia a finire e anche l'illusione che la rinascita e la ricostruzione di Badolato possano avvenire con l'arrivo di persone che non aspettano altro che un visto e andarsene nei luoghi da loro desiderati. Per loro, il paese antico è una sorta di non-luogo, un posto qualsiasi di passaggio, un territorio di frontiera. Forse, i locali da questa situazione di frontiera traggono elementi di consapevolezza, di riflessione, di diverso rapporto con il luogo, di nuovo attaccamento, ma Badolato, nonostante l'effimera resurrezione dei mesi estivi, l'arrivo di qualche turista, continua a spegnersi. Vincenzo Squillacioti ha seguito con grande vicinanza, con forte partecipazione umana, e anche con qualche speranza, la vicenda dei curdi. E tuttavia non sembra, col passare del tempo, credere molto che la speranza della vecchia Badolato sia legata alla permanenza degli immigrati in quella zona, per caso o per scelta di altri, di trafficanti, di mafie. La possibile e parziale rinascita, non il ritorno, sia chiaro, ma una nuova fruizione del vecchio abitato, viene da lui affidata al recupero degli antichi palazzi, delle numerose e storiche Chiese, dei monasteri, alla valorizzazione degli antichi mestieri e dell'artigianato locale e, conseguentemente, al turismo culturale. Si potrebbe tentare, egli dice, l'abbellimento del centro con opere di artigianato sia in pietra che in legno. Il discorso culturale, la ricerca della propria identità, l'apertura di una biblioteca, la costituzione di un Museo gli sembrano iniziative fattibili, ma richiedono un sostegno e una convinzione politica. I giovani non avvertono il degrado del vecchio centro, non ne sono interessati. Oltre alle 80 case acquistate da austriaci tedeschi, milanesi, napoletani, esistono tra 400 e 500 case sfitte, però non tutte riutilizzabili. Un progetto serio potrebbe portare al recupero del 30 '% dell'attuale borgo. Vi sono poi almeno 40 portali in granito da recuperare e anche altre strutture molto belle e molto importanti, che potrebbero essere adibite per iniziative varie. Il convento degli Angeli, uno dei pochissimi conventi a due chiostri, è stato conservato grazie all'intervento dei ragazzi di «Mondo X», la comunità di ex tossicodipendenti. Non si va però, come nel caso delle speranze legate al turismo culturale, al di là di iniziative sporadiche ed effimere che, da sole, non possono costituire la rinascita del paese. È d'obbligo domandare quale possa essere il futuro di Badolato. |
|
Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004 |
|