Gil Botulino |
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The German
Observer |
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IL SENSO DEI LUOGHI |
Uno sbarco di curdi |
5. Uno sbarco di curdi il 29 settembre 2001, sono in viaggio da S. Luca, il paese di Alvaro, verso Soverato. Al telefono mia moglie mi dice che il Tg3 della Calabria ha appena dato la notizia che una carretta di curdi è sul punto di approdare a Punta Stilo. Non abbiamo bisogno di molte parole per capirci, io e Ciccio Bartone, l'amico con cui sto compiendo questo breve viaggio. Ci dirigiamo verso Punta Stilo. Non si vede nessun movimento. Scorgiamo invece una grossa imbarcazione in prossimità della marina di Isca. Ci dirigiamo verso la spiaggia da una strada secondaria, lungo il letto dell'Alaca. Ancora il luogo dove venne l'ultima operazione turchesca. Un conto è vedere gli arrivi, le carrette del mare, le persone che sbarcano in televisione, un conto è esserci. Si resta imbarazzati, paralizzati, senza parole leggendo sul volto di chi arriva il dolore e la stanchezza, la delusione e la speranza. Si hanno davanti non immagini, ombre, metafore, ma persone in carne ed ossa, come noi e diverse da noi. Volti antichi, stanchi, muti. Il silenzio di chi è smarrito. Colpiscono i bambini e le donne, unici messaggeri di una gioia appena contenuta. Mi sembrano tanti scampati a una catastrofe. La nostra stessa catastrofe. Resto paralizzato. Sento imbarazzo a fotografare i volti di quelle persone. Sono le nostre ombre, le nostre inquietudini che provo a fotografare e che mi creano turbamento. Ci aiutano a vederci come siamo. Fragili e impotenti rispetto a un evento che non abbiamo voluto, che non abbiamo immaginato, ma che adesso ci appartiene. Le donne e gli uomini che con i loro bambini (ce ne sono, pare, 140) saltano dai motoscafi della polizia e della finanza, che li prelevano dalla carretta a una cinquantina di metri dalla riva, hanno uno sguardo stanco, fermo, dignitoso, fiero, di chi pensa di avercela fatta, di chi si è lasciato alle spalle una disgrazia. Non parlano, questi moderni erranti, affidano a qualche gesto emblematico le loro sensazioni, il loro stato d'animo. C'è chi sta male e viene caricato su una barella, c'è chi, con un bambino sorridente in braccio, apre le due dita in segno di vittoria. Salta nell'acqua, dalla barca ancora in moto e che non ha raggiunto la spiaggia, un uomo sulla cinquantina, barba di una decina di giorni, sguardo penetrante, volto stanco. Gli viene offerta una bottiglia d'acqua minerale, la prende, si mette a bere e la restituisce quasi vuota. Si pulisce con la mano e sorride. Riprende di nuovo in mano la bottiglia e continua a bere. Mi vengono in mente le note di Alvaro sui calabresi che in viaggio o in guerra chiedono sempre «acqua, acqua», le note sulla «religione dell'acqua» che accomuna i popoli del Mediterraneo e che, non a caso, lo scrittore riscontra in Calabria come in Turchia e anche in Russia. Quali risposte, quale accoglienza, quali rifiuti offriremo a questi erranti se non riusciremo a capire che ciò che li muove, li agita, Il mette in viaggio è ormai estraneo al nostro vissuto, alle nostre percezioni, ai nostri bisogni? Le nostre categorie interpretative, e la nostra pretesa superiorità, sono destinate a un clamoroso scacco se non capiremo che chi ha fame, sta male, è oppresso, pensa e ragiona in maniera diversa da noi. Non solo per cultura, non solo per religione, ma per necessità. Chi deve sopravvivere, o pensa di dover sopravvivere, ogni giorno, ogni attimo, ogni secondo, può anche decidere di mettere a rischio la propria vita, sceglie ed opera con sentimenti e modelli che ci sfuggono e che invece dovremmo cercare di assumerci. Sulla spiaggia si sono radunate molte persone dei luogo. Guardano e commentano. Sono separati dai curdi da un nastro colorato sistemato alla meglio da uomini della polizia e della finanza. All'interno di questo precario «recinto» (emblema di più radicale distanza e separazione tra «noi» e «loro») c'è un altro recinto rettangolare dove vengono sistemati gli uomini da identificare, una volta perquisiti. Le donne e i bambini sono accolti in un chiosco, in uno di quei bar precari che sorgono lungo le spiagge d'estate. Ogni tanto un bambino entra nel recinto, porge al padre o a un familiare, un bicchiere o una bottiglia d'acqua. Sento commenti non proprio generosi. Mi sembra che ormai sia nelle popolazioni, anche quelle più ospitali, sia nelle forze dell'ordine, sia tra i politici, questi sbarchi vengano considerati ordinari. Leggo nei volti dei soccorritori la tensione e un senso di umana solidarietà, ma anche una sorta di stanchezza, propria di chi si trova davanti ad episodi di routine. Affiora l'assuefazione e forte è la tentazione di ridurre il tutto a un fatto di polizia e di ordine pubblico. Restano inevase le richieste e i bisogni di questi popoli in fuga che nessuna restrizione e nessun controllo potrà fermare. L'Europa, quella che con enfasi abbiamo chiamato civiltà occidentale, deve trovare altre risposte, ma forse prima deve riuscire a farsi altre domande, a interrogarsi anche sulle ragioni degli altri. C'è un mare bellissimo, un sole caldo, un tramonto dolce. Questa sera quando sarò con i miei bambini avrò timore e vergogna dei miei modesti ed enormi privilegi, delle mie sofferenze e delle mie fortune. Guardo in direzione dei sole che si sta coricando dietro i monti delle Serre. Mentre torno impotente e silenzioso verso casa, mi viene in mente la filastrocca che, ancora qualche decennio addietro, veniva recitata a Reggio Calabria ai bambini. «Nesci, nesci, suli, / Pi' lu Santu Sarvaturi, / Pi la luna e pi' li stiddil Pi' li poveri picciriddi, / Chi non hannu chi mangiari, Nesci, suli, pi' caddiàri». È stato un fatto nuovo, insieme emozionante e affascinante, constatare lentamente come una terra in cui la fuga, nel corso di una lunga e controversa storia, è diventata un tratto costitutivo dell'antropologia dei suoi abitanti, sia stata «scelta», spesso per caso, ad accogliere e ad ospitare altri popoli in fuga. È come se il Mediterraneo, dopo lunghe traversie, abbia voluto restituirci i volti, le richieste, le ansie, le paure, le speranze delle centinaia di migliaia di emigrati che dalla fine dell'Ottocento hanno lasciato la Calabria per cercare un mondo nuovo, l'America. Per le migliaia di migranti mediterranei che, come gli antichi coloni greci e gli eroi omerici, cercavano una prima accoglienza lungo le coste dello jonio (con la complicità di governanti, avventurieri, mediatori, trafficanti d'ogni genere, di mafie dei paesi di partenza e probabilmente di arrivo) la Calabria doveva avere avuto le sfumature dell'America. Ma dell'America di allora, la Calabria (e naturalmente l'Italia) non ha rivelato la capacità di costruire un nuovo mondo con l'apporto di esperienze nuove, non ha avuto l'ambizione di offrire un lavoro dignitoso a quanti hanno bussato alla sua porta, non ha saputo elaborare un progetto compiuto e aperto di rinascita delle economie e della cultura dei tanti paesi in abbandono. |
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Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004 |
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