Gil Botulino

The German Observer
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IL SENSO DEI LUOGHI 

Le due Badolato

6. Le due Badolato

Come in tutte le storie di doppio, quella tra Badolato superiore e Badolato marina mette in gioco legami complessi, rapporti di amore-ostilità, sentimenti controversi tra chi è rimasto e chi se n'è andato. Chi è nato e cresciuto in una comunità segnata dall'emigrazione e ha visto il riprodursi del paese uno in altri luoghi, vicini e lontani, sa di che cosa parlo, conosce questi nodi che narrano una sorta d'impossibilità di separarsi e quella di ricongiungersi, conosce le estenuanti, ironiche, divertite, risentite discussioni su chi ha fatto meglio. Sa anche che, in un certo senso, chi è rimasto è anche partito, e che chi è partito è anche rimasto. Anche il paese uno diventa un luogo completamente diverso da quello che era, con l'emigrazione. Niente resta fermo e i luoghi si modificano. Nel caso delle due Badolato, resta forte, anche se non privo di contrasti e di tensioni, il legame tra gli abitanti del vecchio borgo e del nuovo centro sorto in marina, che si manifesta soprattutto in occasione degli antichi riti religiosi e delle occasioni luttuose. Badolato superiore resta il centro religioso, il luogo dove tornare per seppellire i defunti, il luogo delle antiche feste, il luogo sacro. È interessante notare come gli abitanti di grossi centri costieri continuino a considerare centro sacro e religioso l'antico abitato, senza che questo impedisca nuove forme di sacralizzazione nel nuovo. Per le persone nate nel vecchio paese e anche per i discendenti della prima generazione, anche per gli emigrati, la fuga non è mai definitiva, il legame con l'antico paese resta. Non solo, chi se n'è andato quasi si aspetta, quasi pretende, che qualcuno continui a tenere aperto il paese vecchio, a mantenerlo in vita. Ai rimasti viene, anche inconsapevolmente, affidato il compito della fedeltà, della tutela, della conservazione, il compito di chi è rimasto. Chi è partito pensa di aver dato un contributo alla vita del paese con la sua partenza, con i suoi sacrifici, con le sue lacerazioni, con i soldi inviati. Naturalmente. questo ruolo di custodi e di fedeltà a volte viene esasperato da chi è rimasto, esibito come segno di attaccamento, come privilegio, e spesso a coloro che sono partiti e vogliono trovare tutto come prima, o anche migliorato, ben tenuto, viene fatto notare che non hanno nulla da pretendere. Negli ultimi tempi, tempi di post-emigrazione, i ritorni sono sempre più rari. Le persone partite negli anni cinquanta-sessanta sono anziane o sono morte. I figli che non hanno più gli anziani genitori nel paese non trovano altre ragioni per tornare. I figli dei figli sanno poco del paese d'origine. Anche le dinamiche partiti-rimasti fanno sempre meno parte della vita delle comunità. Il senso dell'appartenenza e della vita dei paesi è una partita che debbono giocare i locali, facendo tesoro di un secolo di dispersioni e di ricostruzioni, di fughe e di ritorni, di non ritorni, di sospensioni.

Le due Badolato costituiscono un'unità amministrativa e territoriale. Sono ben collegate e vicine. I loro destini sono uniti. Il legame degli abitanti della marina con il vecchio borgo è ribadito nelle occasioni luttuose. Qualcuno, racconta Squillacioti, ha più volte avanzato l'idea di fare due cimiteri, ma gli abitanti delle due Badolato non hanno voluto. «C'è ancora questo culto dell'appartenenza ad una particolare identità che non si vuole perdere a nessun costo. Persino nell'uso del dialetto. Si avverte ancora, anche nelle persone che vivono in marina da ormai trent'anni, il piacere di parlare il dialetto e fanno richieste a me personalmente di una sorta di recupero culturale di questo tipo, in modo che ci si possa ritrovare nella propria cultura».

Con l'arrivo dei curdi gli abitanti di Badolato e di altri paesi vicini hanno mostrato un volto bello e positivo della Calabria. Hanno scritto una bella pagina di storia e hanno mostrato quanto anguste siano molte immagini negative assegnate alla nostra regione. Dalla Calabria sono arrivati segnali che vanno in direzione del riconoscimento dell'altro. Molte comunità della nostra terra hanno mostrato di aver conservato in parte la religione antica dell'ospitalità e dell'accoglienza.

Il motivo dell'ospitalità del calabrese unifica una volta tanto sia lo sguardo esterno sia lo sguardo interno. C'è una sorta di concordia sia nelle forme di identificazione e di rappresentazione del calabrese che arrivano dall'esterno (naturalmente con mille distinzioni e con l'individuazione di altri tratti negativi) sia nelle forme di autorappresentazione delle popolazioni e nei modi di percepirsi. Difficilmente troverete un calabrese che non elenchi tra i valori di riferimento della sua comunità quello dell'ospitalità, che non parli prima o poi della propria ospitalità. In epoca moderna i viaggiatori stranieri riescono a visitare la Calabria, generalmente sfornita di taverne e di locande, che quando esistono sono viste come una sorta di luogo da cui fuggire, grazie all'accoglienza e all'ospitalità dei locali.

Non è il caso di scomodare i numerosi testimoni e citare una vasta letteratura. François Lenormant nel suo viaggio di fine Ottocento scrive che gli abitanti di Monteleone (attuale Vibo Valentia) con «le loro cortesie ed attenzioni», con la loro «amabilità», riescono a fargli dimenticare «la noia del deplorevole albergo» in cui si era stabilito (Lenormant 1976, III, p. 114). L'ospitalità delle persone compensa il viaggiatore della «inospitalità» e «impercorribilità» dei luoghi.

Anche Gissing a Catanzaro, «l'unica città progressista della Calabria» (1971, p. 106), riscontra il senso di ospitalità segnalato a più riprese da Lenormant e nota l'elevato livello intellettuale delle discussioni che si svolgono nei caffè affollati da gente ingegnosa. Sono delle forme di ospitalità in due delle più vivaci e dinamiche città dell'Ottocento, dove sono presenti una borghesia e un'aristocrazia che esprimono al loro interno figure di studiosi illuminati ed aperti al mondo esterno. L'accoglienza dell'intellettuale forestiero è accoglienza anche di idee e sensibilità che arrivano da fuori.

Vincenzo Dorsa (1884), con riferimento alla provincia di Cosenza, segnala le radici greco-latine dell'ospitalità delle popolazioni. Il riferimento alla tradizione greco-latina, all'antichità classica, rischia di oscurare gli apporti e le elaborazioni che giungono da altre importanti tradizioni culturali e religiose, che si sono affermate in Calabria prima e dopo delle civiltà magno greca e romana. In particolare rischia di non tenere conto delle concezioni dell'ospite che vengono affermate dalla tradizione italo-greca, durante il periodo bizantino. Nei bioi dei tanti Santi italo-greci si legge che quella dell'ospitalità è una delle principali virtù. Il folklore e le fonti di tradizione orale attestano la «sacralità» dell'ospite nelle società del passato. Nell'universo folklorico tradizionale l'ospite era sacro, appariva come figura «vicaria» di Cristo, dei Santi, dei defunti e come tale andava accolto, nutrito, dissetato (Lombardi Satriani - Meligrana 1982; 1993).

L'ospitalità non può essere, tuttavia, decontestualizzata e individuata, fuori del tempo e dello spazio, come una sorta di valore assoluto delle popolazioni calabresi o meridionali. Intanto bisognerebbe pensare che quella che noi chiamiamo ospitalità è un tratto che viene segnalato in altre culture e in altre civiltà, nel mondo arabo e in Cina, in India e in Giappone, nelle società arcaiche e in quelle primitive. In secondo luogo l'ospitalità non può essere considerata priva delle ragioni concrete e pratiche entro cui si afferma e si origina. Abbiamo visto come il culto dell'ospite sia in un certo senso legato al culto dei defunti, come probabilmente ospite e defunto godano di uno statuto ambiguo, abbiano un carattere perturbante, benevolo e minaccioso. L'ospitalità, in una società aperta e mobile come quella del Mediterraneo, sembra aver giocato il ruolo di disinnescare la potenziale minacciosità dello straniero e del forestiero. Chi viene da fuori, il forestiero, lo straniero, è insieme qualcuno da accogliere, ma anche qualcuno da cui guardarsi, qualcuno da accettare, ma anche qualcuno da cui difendersi. Il forestiero era ritenuto persona sacra, da accogliere, rispettare, proteggere, ma anche persona di cui diffidare. C'è una sterminata gamma di proverbi e modi di dire che mettono in guardia contro coloro che vengono da fuori, che sono esterni al villaggio, al campanile. Qualche osservatore mette in relazione l'ospitalità con il senso che si ha dei proprio luogo. Qualcuno ha collegato il senso di ospitalità al senso di territorialità. Nel 1906, Levi Bianchini, medico alienista nel manicomio di Girifalco, scrive: «Il Calabrese che viaggia fuori del proprio paese, "hora tèrra" come pittorescamente si esprime, sa che non trova né alberghi, né amici, né parenti. È per questo che l'essere ospitato in casa di privati rappresenta per lui sicurezza: la soluzione del problema - sufficientemente grave per chi viaggia in Calabria - di trovare un tetto ed un desco» (Bianchini 1906, pp. 2-3).

Il culto dell'ospitalità sarebbe, in molte situazioni, anche il contrappunto, il risvolto, di forme di ostilità presenti in un mondo caratterizzato dalla precarietà e limitatezza dei beni, da insicurezza, e dove era necessario sapersi difendere da nemici reali, fantastici, inventati, in una realtà in cui era difficile viaggiare. Anche la storia della regione ci consegna esempi che vanno in direzione dell'accoglienza dell'altro e memorie in cui l'alterità viene negata e distrutta. Il rapporto tra calabresi e comunità arbërëshe non può essere certo assunto come modello di integrazione. Bisognerebbe ricordare la pagina dolorosa e drammatica dell'eccidio dei valdesi a Guardia Piemontese. Quella della espulsione degli ebrei da tutte le comunità della Calabria, analogamente a quanto avviene nel Regno, di cui non sono certo responsabili le popolazioni, è una storia ancora da scrivere. E non bisogna dimenticare neanche le esclusioni di cui sono stati oggetto i paesi dell'arca grecanica, spesso ad opera degli abitanti di paesi vicini e delle élites locali. Né possiamo certo mitizzare il rapporto che hanno intrattenuto con noi i popoli che sono venuti da fuori e nemmeno quello che noi abbiamo avuto con tante minoranze. La speranza dell'integrazione e dei dialogo tra diversi può trovare purtroppo pochi modelli, rari esempi, nella storia passata.

Dobbiamo riconoscere tutti i nostri pregi, essere orgogliosi delle nostre virtù ma non dovremmo dimenticarci mai vizi e violenze. Le luci e le ombre hanno segnato la nostra storia, le nostre tradizioni culturali, fatte di elementi contraddittori che non possono essere elogiati o rifiutati secondo le convenienze. I «valori» della Calabria non possono essere mummificati o cristallizzati ed estrapolati dalla situazione storica e ambientale in cui ,si sono originati e sviluppati, e non vanno letti separatamente dai conflitti che hanno conosciuto il Mediterraneo e il Mezzogiorno. Valori come quelli dell'accoglienza, dell'ospitalità, del dono non possono essere assolutizzati come una sorta di carattere naturale del calabrese. Si attuerebbe una sorta di razzismo alla rovescia. Anche in questo caso la persuasione viaggia in compagnia della retorica. Una sottile linea d'ombra, di confine, nella terra dei grandi contrasti, separa la convinzione dall'enfasi.

Se l'accoglienza ai curdi, che ha visto come protagonisti i badolatesi, persone come Daniela Trapasso, Vincenzo Squillacioti, avviene anche in nome del luogo, altre forme di accoglienza sono apparse strumentali. L'ospitalità è un bene e un valore da riconoscere e da assumere, come suggeriscono gli amministratori dei paesi che fanno parte dei Parco dell'Aspromonte. È una risorsa che fa parte della nostra storia e della nostra pratica e un modello, quasi un ideale, cui tendere in una società sempre meno solidale. Le case albergo offerte nei paesi costituiscono, certo, un'occasione di accoglienza a buon mercato, da cui è bene che i locali traggano modesti ma necessari benefici, favoriscono incontri e stimolano iniziative economiche. Tuttavia, l'ospitalità non può essere etnicizzata, non può essere sbandierata come merce di consumo, folklorizzata. In Sardegna e in molte aree del Mediterraneo, la retorica della tradizione porta ad inventare banchetti tradizionali con l'ospite. Al turista viene offerta un'immagine edulcorata che corrisponde al suo spirito vacanziero. Anche in Calabria, in molte circostanze, l'ospitalità, come altri elementi e valori della tradizione, assume a volte i connotati della spettacolarizzazione. Vincenzo Squillacioti così conferma questa mia preoccupazione: «Ferma restando l'ospitalità dei badolatesi, certe iniziative in loro favore si sono tradotte in un grande bluff. L'ospitalità è stata per alcuni anche interessata». L'ospitalità la si pratica, non la si inventa e non la si predica. Ospitale si è, non ci si proclama tali. L'ospitalità è una risorsa se non diventa merce di scambio. Dal dicembre 1997, ad oggi sono sbarcati migliaia di curdi. Pagine di solidarietà sono sbiancate da pagine di inadempienze. Alla simpatia e all'accoglienza iniziale delle popolazioni è subentrata una sorta di stanchezza e d'indifferenza, qualche volta ostilità, per non parlare delle inefficienza e strumentalizzazioni dei politici locali. ù

Dal maggio 1997 vi sono stati circa cinquanta sbarchi «passati» dalla Calabria (ancora una volta «terra di transito»); quasi trentamila profughi, curdi, pachistani, turchi, extracomunitari che evidentemente non hanno cercato e trovato qui da noi quell'Eden che qualcuno retoricamente vuole vendere sui media. Nell'ultima fase la nuova «tonnellata umana», cosi venivano chiamati i nostri emigrati nelle Americhe, viene trasportata, talvolta buttata a mare lungo le coste della Sicilia e a Lampedusa, secondo gli interessi e i calcoli dei nuovi schiavisti e negrieri. Badolato, con tutti gli arrivi, i passaggi, le soste, i progetti che l'hanno interessata, non è stata ripopolata dai curdi. Ma il passaggio dei curdi è stato decisivo per una nuova sensibilità e percezione di sé. Il parcheggio del fosso in alto ha un'ampiezza insolita per un paese calabrese. Francesca Viscone, in un libro di memorie e di riflessioni sulla vecchia Badolato, ricorda come quello spazio sia il frutto di demolizioni e di nuove costruzioni.

Qui un tempo c'era una montagna e in cima sorgeva una volta il castello. Quando venivo qui da bambina il castello ormai non esisteva più, erano rimaste poche mura. Non so a chi venne l'idea che questo paese, che nel frattempo si andava svuotando, avesse bisogno di una parcheggio e anche di un semaforo. So solo che un'estate ritornai e la montagna non c'era più. L'avevano rasa al suolo. Da allora nessuno chiamò più questo posto il castello, ma il fosso, come quello spiazzale laggiù, a ridosso del muretto (Viscone 2000, p. 17).

Il fosso rassomiglia per estensione a una plaza americana, soltanto non ha ai lati supermercati e grandi magazzini, ma qualche casetta ad un piano, adibita a bar o a negozio, e qualche bel palazzo in abbandono. Della plaza il fosso ha qualche volto di straniero, di bambini di colore che capisci sono capitati li per caso. Poi, ti fermi, e senti accanto all'inglese e al tedesco, il dialetto dei locali. I bar raccolgono gli emigrati e la piazza diventa un grande anfiteatro da dove guardare il mondo. Questa sorta di spazio metafisico appare un luogo in cui si sono riversati mille altri luoghi, mille altre storie. Questa piazza grande, aperta, circondata dalle case antiche, dai balconi, con una strada che introduce nel cuore del vecchio abitato e con l'altra che porta verso la chiesa di S. Domenico (davanti alla quale si è festeggiato l'arrivo del nuovo anno con i curdi) è l'emblema di una vicenda che resta ancora aperta, di una storia che non si è conclusa.

Ho incontrato, prima di congedare questo libro. Daniela Trapasso. Mi racconta storie di delusione e di fatica, di entusiasmo e di stanchezza, di abbandono e di speranza. La delusione e il disincanto hanno soprattutto il nome della «Pro Badolato», che aveva alimentato tante speranze e si è dissolta nel vento. Con i 400 milioni di lire erogati dalla Comunità Europea si erano avviati il ristorante curdo, la bottega della ceramica, quella del commercio ecosolidale, il corso di guida turistico-ambientale, l'accoglienza in case di molti turisti. Tutto finisce per errori e cattiva gestione da parte dei diversi soggetti, coinvolti. Daniela si augura che gli sbagli commessi siano avvenuti in buona fede, senza speculazione. In ogni caso «le conseguenze per il paese e per i rifugiati sono state pesantissime, sia dal punto di vista economico che da quello morale».

Gli anni di impegno non hanno piegato Daniela. La sua motivazione resta alta. Lei è rimasta. Non era di passaggio. Semplicemente, è legata al suo luogo, che vuole diventi anche luogo di altri. Qualche risultato l'ha ottenuto. Lei è rimasta, e sono rimasti 30 curdi, ed adesso è responsabile di un programma nazionale di «Asilo», che ha portato a Badolato in tre case sedici persone provenienti dalla Repubblica del Congo, dalla Liberia, dal Togo, dalla Costa d'Avorio, dal Kosovo. Tutte persone splendide e deliziose, mi dice Daniela. E non finisce qui: sono arrivati i soldi di un progetto pilota del 2001 che prevedeva la costruzione, per circa un miliardo e mezzo di vecchie lire, di 20 unità abitative per profughi. Qualcuno pensa di aprire un negozio di strumenti musicali e di dischi di musica etnica. Il centro Cir, sempre attivo, ha la sede in prossimità della chiesa di San Domenico. Qualche famiglia di badolatesi è continuata ad andare via, ma il paese, dice Daniela, ha dimostrato, anche nelle situazioni più infelici, di avere «sette vite come i gatti».

Il professore Squillacioti è un altro che non ha smobilitato. Al contrario. È stata aperta la biblioteca alla marina. Il periodico «La Radice» è sempre più punto di riferimento di tutti i badolatesi nel mondo, ma è anche la voce delle comunità mobili d'immigrati, fornisce informazioni sulla terra e la cultura dei curdi, dà notizie sulle loro iniziative. Il giornale rivela un'apertura sorprendente, l'uscita dai confini del luogo, conferma quanto l'arrivo dei profughi abbia inciso nel senso comune. Un numero (IV, 31 marzo 1998, 1) de «La Radice» è stato dedicato ai Curdi, alla loro storia, all'accoglienza e ai problemi che hanno avuto a Badolato, alle iniziative che li hanno interessati o che hanno promosso. Nel numero del 31 marzo 2003, accanto a scritti su aspetti della cultura locale, troviamo articoli sui riti dei curdi, notizie su una tesi di laurea sulla presenza curda, descrizione della manifestazione per la pace a Badolato marina, cui partecipano locali e profughi. La rivista continua l'opera di scavo nella storia e nella memoria dei paese. Scrivono studiosi e giovani dei luogo. Il professore raccoglie, ordina, scheda, elabora materiali e documenti che formano già una grande monografia storica e culturale del paese.

I dati della popolazione non hanno bisogno di commento. Nel 1951 Badolato aveva 4842 abitanti, di cui alla marina soltanto trenta-quaranta. Nel 1961, dopo l'alluvione e l'esodo, gli abitanti sono 4421, di cui 3237 a Badolato superiore e 1184 alla marina; nel 1971 dei 3781 abitanti 2397 vivono ancora sopra e alla marina sono 1384. Al 30 giugno 2003 la popolazione è di 3395, ma nella vecchia Badolato sono rimaste ormai meno di 600 persone, di cui 105 stranieri (curdi, senegalesi, congolesi, albanesi). Il rischio abbandono è evidente. Si parla di chiudere l'ufficio postale nel vecchio abitato e questo sarà un duro colpo per gli abitanti del borgo. La vicenda politico-amministrativa del paese è molto complessa. Il consiglio comunale è stato sciolto. Alle elezioni è stata presentata (per errore) soltanto una lista che non ha raggiunto il quorum utile. Il comune è retto dal commissario prefettizio. E mentre il borgo antico si spopola, la marina cresce in maniera disordinata. Ci sono i presupposti per temere un caos edilizio. Badolato conosce la crisi di molti paesi della Calabria. Nella zona la 'ndrangheta fa sentire il suo peso, è presente in tutte le attività che prevedono l'afflusso di danaro pubblico e anche nelle iniziative dell'imprenditoria privata. Non è ottimista, pure nella sua pacatezza, e nella sua instancabile opera di promozione culturale, il professore Squillacioti: «Il paese vecchio sembra maledetto», conclude.

Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004