Gil Botulino

The German Observer
dal 2001

responsabile: Pasquale Andreacchio - e-mail: info@gilbotulino.it - web: www.gilbotulino.it

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IL SENSO DEI LUOGHI 

Sguardi

7. Sguardi

Una balconata che affaccia sul mare. Una piazzola, alla fine della strada dopo il municipio. Da una casetta, con balconcini e piante di prezzemolo e peperoncino, si affaccia un'anziana signora. Mi vede e si ritrae, discreta, silenziosa, come fosse lei l'intrusa. L'uomo, che ha più di cinquant'anni, è seduto su un muretto. A fianco un grande bidone con la spazzatura che manda un cattivo odore. Fa caldo, le mosche fanno la loro parte. L'uomo saluta e mi dice se gli scatto una foto. Lo guardo. Lo «fotografo», ancora prima di prendere la mia Nikon. Non avrei mai osato fotografarlo a sua insaputa. Mi siedo su un gradino a fianco, a distanza di pochi metri. Comincio a parlare e a fotografare. Luoghi per scrivere e luoghi per fotografare. Guardo quei luoghi con le immagini di altri fotografi. Mi vengono in mente gli stupendi piani sequenza di Salvatore Piermarini a Melissa e in altre parti della Calabria. Mi viene in mente Mario Dondero con le sue foto nei luoghi pavesiani, nelle Langhe e a Brancalcone, e, poi, le scarpe di una notissima fotografia di Josef Koudelka, grande camminatore e grande fotografo di esuli e di erranti.

L'uomo che parla con me è stato in Germania, nelle baracche. Faccio cinque o sei scatti. Egli continua a parlare quasi indifferente ai miei movimenti. Stava bene, poi, in Germania. Soltanto gli mancavano l'orto, gli ortaggi, quel paesaggio. È tornato per questo. La sera rientra presto dalla campagna, si siede lì e guarda verso il mare. Sente gli odori delle melanzane ripiene che le donne preparano a quell'ora, d'estate, ai loro familiari tornati. Poi va a casa, mangia, si corica e si alza presto. E gli altri che se ne sono andati via, mi viene da chiedere e lo fotografo mentre gesticola, e tira fuori le parole come le patate dalla terra. Con fatica e soddisfazione. «Se ne fottono», mi dice. (Che farà il mio amico Domenico Minanda che tornava, negli anni settanta, da Toronto perché aveva bisogno di balconate e di viste dall'alto, perché con quel cazzo di paesaggio piano e uguale dei Canada non riusciva a vomitare quando si ubriacava? Si affacciava, con un suo impermeabile largo e lungo fino ai piedi, sbronzo che dalla balconata col monumento ai caduti guardava le luci dei paesi intorno, si metteva le dita nella bocca, poi si teneva la fronte e, via, diceva, che bellezza, almeno qui sai come farti passare la sbronza, con questa vista e con questa aria).

Scendo lentamente da un vicolo appeso. Case vuote. La strada principale. Qualche macchina scende. C'è un tramonto bellissimo dietro i monti delle Serre. Il sole sfiora le cime. Quel mare è li ad ascoltare racconti e rimpianti. Storie di innamorati al tramonto, immagino, pensando a qualche mia storia. L'uomo è affacciato al balcone. Mi dice buonasera. Saluto. Gli chiedo: come va? Come volete che vada, mi dice, bene, può andare male qui? Gli chiedo perché. «Perché qui si sta bene, tranquilli, senza traffico». Gli domando: «Avete fatto una vita movimentata?» e intanto scatto qualche foto. «Ho girato abbastanza», mi dice, «con l'Opera Sila, ho fatto tanti viaggi, tutta la provincia di Catanzaro e quella di Cosenza. Nessun posto è bello come questo», e mi indica la strada e le case, il mare e le colline bruciate da qualche incendio. Parliamo di grano e di coltivazioni, di lotte contadine e di alluvioni, di emigrazione e delle feste che si svolgono nel paese. «Si sta bene, qui?», gli chiedo, facendo la domanda più banale del mondo. «E che ci manca qui, adesso, un tempo forse, ora c'è mangiare, comodità, tranquillità».È un uomo dalla battuta facile e dalla parola forbita. Emana una grande simpatia. La domanda me l'ha tirata, come si suol dire. «Scusatemi tanto», gli faccio, «ma se si stava così bene, se qui è così bello, perché le persone se ne sono andate via?». Non ci pensa un istante: «Perché sono stati tutti una massa di cazzoni», mi dice. Lo guardo e lo vedo un po' serio e un po' divertito. Sa che aspetto un qualche chiarimento alla sua affermazione. Mi dice e si dice: «tutti una massa di cazzuni, davvero... Avevo pensato, mo', che questi che sbarcano con le carrette scassate fossero più intelligenti e invece no... Sono cazzoni anche loro. Scappano anche loro da qui. Vogliono la città».

A Badolato sono ancora attive, sia pure in forma più attenuata dei passato, tre confraternite: quella del Santissimo Rosario risalente al 1636, quella dell'Immacolata Concezione, presente almeno fin dal 1736, quella di S. Caterina V e M. d'Alessandria, risalente al 1782. Le tensioni esistenti soprattutto tra la confraternita dei Rosario e quella dell'Immacolata trovano espressione e risoluzione nei riti della Settimana Santa, che hanno una ricchezza e una complessità che non possono essere nemmeno riassunte (cfr., sui riti della Settimana Santa, e su quello della cumprunta, Cossari 2003, pp. 52-73). Venerdì Santo protagonista è la confraternita dei Rosario che organizza e gestisce la processione dei Misteri Dolorosi (che parte dalla chiesa di S. Domenico alle ore 13.00) a cui le altre due confraternite partecipano con i loro stendardi e una loro rappresentanza. La processione dei Misteri Dolorosi del Sabato Santo è gestita dalla confraternita dell'Immacolata, che esce dall'omonima chiesa e vede la partecipazione, in funzione subordinata, delle altre due confraternita. La cumprunta, l'incontro tra Cristo Risorto e la Madonna, conclude una settimana di riti e di manifestazioni che vede impegnati tutti gli abitanti delle due Badolato e quelli che vengono da fuori.

Alle 10.00 della Domenica di Pasqua dalla chiesa di S. Domenico esce la statua dei Cristo Risorto, raffigurata con le tre dita della mano destra alzate in segno di benedizione. Il corteo è aperto dal tamburi che suonano a festa, seguono il bianco stendardo e i confratelli con mantellina nera, della confraternita del Rosario, e lo stendardo rosso, con i confratelli di Santa Caterina con mantellina rossa, che rappresenta l'apostolo Giovanni. Giunti al fosso lo stendardo dei Rosario, dopo tre rapidi inchini alla statua dei Cristo Risorto, parte all'inseguimento di un tamburino che corre lungo le vie del borgo vecchio. Nel frattempo, il corteo guidato dalla confraternita di Santa Caterina continua il suo percorso verso il convento di Santa Maria degli Angeli. Quando la processione del  Cristo esce dalla chiesa di Santa Caterina d'Alessandria riprende la corsa dei tamburino inseguito dallo stendardo dei fratelli del Rosario che, se lo raggiungerà, potrà sfondare il tamburo e appenderlo sulla cima come un trofeo. I fratelli del Rosario proseguono con cautela: debbono fare attenzione che i confratelli dell'Immacolata possano nascondere la statua della Vergine e realizzare la cumprunta a loro insaputa. Questo esito equivarrebbe a «brutta figura» della confraternita del Rosario. Si narra che l'ostilità tra le due confraternite sia legata al fatto che quella dell'Immacolata avrebbe ceduto in passato alla confraternita del Rosario il diritto di adoperare la propria statua della Madonna e anche quella dei Cristo Risorto. Il rito non prevede la riuscita della brutta sorpresa. I fratelli del Rosario fanno tre inchini in direzione della chiesa dell'Immacolata, dove si trova il Cristo Risorto, e procedono fino alla chiesa Matrice, dove viene celebrata la messa. Alle 11.40 la processione riprende e quando lo stendardo del Rosario giunge davanti alla chiesa dell'Annunziata fa l'inchino alla statua dei Cristo Risorto, che compare preceduto da un tamburino, e corre incontro a Maria SS.ma Addolorata, ferma e a lutto davanti alla chiesa di San Domenico, per informarla dell'avvenuta Resurrezione del Figlio. Per tre volte lo stendardo del Rosario fa la spola tra Cristo e la Madonna. La Madonna appare indecisa e titubante fino a quando non vede inchinarsi lo stendardo della confraternita di Santa Caterina. A questo punto i due stendardi si mettono da parte e i confratelli che portano le due statue si scambiano a distanza un inchino e accelerano il passo freneticamente. Fanno un secondo e poi un terzo inchino e poi i confratelli che portano la statua della Vergine iniziano un'eccezionale corsa verso la statua del Cristo Risorto. L'incontro avviene in piazza Santa Barbara. Un attimo prima dell'incontro, a mezzogiorno in punto, un confratello fa cadere con grande sveltezza e abilità l'abito nero della Madonna, che appare, adesso, con una veste sfavillante. Scene di giubilo e di commozione, grida, spari, applausi, pianti succedono alla tensione e al silenzio che avevano preceduto l'incontro. Dalla riuscita della cumprunta in passato si traevano auspici sul futuro della comunità. Se il manto non si apriva bene o esitava ad aprirsi e la «svelazione» avveniva in ritardo si temevano sventure.

Attraverso il rito la comunità si presenta e si percepisce, nonostante le divisioni, come unità. Le statue, gli stendardi, i tamburi che corrono ansiosi per evitarsi e, alla fine, per incontrarsi raccontano una rinascita, ma anche l'ansia, l'angoscia e il bisogno d'incontro dei paesi che hanno conosciuto lutti collettivi, terremoti, alluvioni, disgregazioni, fughe. La frenesia e il pathos con cui si svolge il rito sembrano riflettere un'inquietudine culturale e mentale degli abitanti di una terra di contrasti e di separatezze, inquieta, in fuga, in viaggio.

Ho assistito, l'ultima volta, al rito nel 2001 e ho visto una grande partecipazione di folla, una complessa struttura delle funzioni, che richiedono una lunga preparazione e una grande attenzione. L'organizzazione e la gestione delle tre giornate comportano una perfetta conoscenza del luogo, degli spazi abitativi, delle relazioni esistenti tra le diverse zone dei paese e dei diversi luoghi sacri: calvario, cimiteri, incroci, chiese. Ho visto il paese vitale e pieno di gente: non dà l'impressione di un paese abbandonato. Ho notato la partecipazione attiva delle giovani generazioni. Non sembrerebbe un luogo che chiude, ma i paesi vanno guardati e riguardati durante l'inverno, non soltanto nei giorni della festa. Ho visto sbirciare, curiosi, dai vicoli i curdi rimasti. Il momento certamente più emozionante e fondante è quello dell'incontro. Il ballo gioioso e al ritmo di tamburo ha i suoi eroi esecutori, che con grande abilità mantengono ritto sopra il mento e tra i denti il simbolo del proprio sodalizio. L'asta di legno sollevata al cielo, tenuta in equilibrio, al ritmo dei tamburi, tra l'ammirazione e la commozione della gente. È un rito che richiede abilità, resistenza, pazienza, capacità di equilibrio, desiderio di farcela. Forse quello stendardo precario, oscillante, sospeso, tenuto in equilibrio, alzato verso il cielo, è la metafora dell'antica e della nuova Badolato, di tutte le Badolato dei mondo.

Vito Teti, Il senso dei luoghi (Paesi abbandonati di Calabria), edizioni Donzelli, 2004